Città sommersa di Marta Barone

Pubblicato l’8 gennaio 2020 dalla casa editrice Bompiani, tra i dodici finalisti in lizza per il Premio Strega, candidato al Premio Opera Prima e vincitore del Premio Vittorini, Città sommersa di Marta Barone irrompe sin da subito con fermezza nella scena letteraria italiana contemporanea.

Dopo aver pubblicato alcuni libri per ragazzi, l’autrice torinese esordisce nella letteratura per adulti con un’opera sfaccettata e ben riuscita, attualmente tradotta in diversi Paesi.

Il fucile di Čechov

Durante un pomeriggio estivo, prima del trasferimento da Torino a Milano, la madre di Marta decide di imbarcarsi nell’impresa di riordinare la sua stanza sotto lo sguardo disinteressato e annoiato della figlia. Come spesso accade, però, il riordino muta presto in una passeggiata nostalgica nel viale dei ricordi, passeggiata caotica e confusa che fa apparire la casa come «invasa da un maremoto di carta polverosa che aveva occupato ogni spazio respirabile», con immagini che richiamano alla memoria la poesia del 1966 di Eugenio Montale, L’alluvione ha sommerso il pack dei mobili.

Durante questo scavo emerge un documento giudiziario relativo a suo padre, venuto a mancare alcuni anni prima, al quale inizialmente Marta sceglie di non dare attenzione, finché l’eco di quella presenza non si dilata sempre più e, nell’inverno di quello stesso anno, torna a Torino per analizzarlo.

Tra i pochi ricordi che Leonardo aveva scelto di condividere con sua figlia c’era quello relativo a un periodo trascorso ingiustamente in carcere, e così Marta ne scopre la ragione: era stato accusato di essere un terrorista facente parte di Prima Linea.

Ecco che l’autrice, «personaggio neghittoso e involontario» che per mesi dalla scoperta di quel documento ha vissuto «del tutto ignara che da qualche parte ci potesse essere un fucile», terminata la lettura del documento, realizza: «Il fucile mi era appena esploso in faccia».

Da quel momento si avvia uno scavo nel passato sempre più profondo, che implica uno sdoppiamento della figura paterna: da un lato infatti c’è Leonardo, padre di Marta, dall’altro, invece, L.B., personaggio dal passato misterioso.

La memoria (auto)biografica

La presenza dell’elemento autobiografico nelle pagine di Città sommersa è dominante. Se è vero che il fulcro della storia risiede attorno alla figura di L. B., appare evidente sin dal principio la centralità del rapporto padre-figlia, dunque la componente autobiografica dell’opera.

Intervallando la ricostruzione del passato di L. B., infatti, compare Marta che, non soltanto osserva i suoi ricordi d’infanzia sotto una luce diversa, ma riflette anche sulla percezione di sé:

«Più il tempo di mio padre si avvicinava al mio, più sembrava sfuggirmi, più aumentavano le lacune. Ma in quel momento il fatto di essere ancora più giovane di lui, di dover ancora raggiungere l’età che aveva mentre certe cose gli succedevano me lo rendeva straordinariamente vivo; mi proteggeva dal futuro e rendeva il suo passato cristallizzato: le cose gli dovevano ancora succedere. La sua giovinezza si moltiplicava, e così anche la mia.»

Man mano che la storia di L. B. viene ricomposta, attenendosi a documenti ufficiali, articoli di giornale, volantini e manifesti, ma soprattutto grazie ai racconti delle persone che l’avevano conosciuto, l’autrice riflette sulla labilità della memoria, sulla sua fallacia in particolare di fronte al ricordo di eventi traumatici.

Accettare l’impossibilità di una storia oggettiva e completa dunque diviene il primo passo da compiere per poter andare avanti, il patto autobiografico necessario in primis tra l’autrice e la storia, poi con il lettore.

La Kitež

«Si narra che sulle sponde del lago Svetlojar, perso nelle foreste della regione di Nižnij Novgorod, a nord del Volga, si trovasse la favolosa città di Kitež. Quando i tartari arrivarono per conquistarla attraverso un sentiero segreto rivelato da un traditore, la città s’inabissò nel lago e scomparve lentamente di fronte agli occhi stupefatti degli invasori. […]
Si narra anche che Kitež viva ancora, sott’acqua, segreta, con tutti i suoi abitanti. E può capitare ai viandanti fortunati, dicono le cronache tarde degli scismatici, di intravederne i contorni bianchi e oro sotto la superficie del lago, e di udire il suono sordo delle sue campane.»

Leggenda vuole che soltanto i puri di cuore possano trovare la strada per Kitež, la città sommersa. Eventi di straordinaria bellezza e straordinario orrore sono lì avvenuti: L. B. ha vissuto in una città che oggi non appare facilmente a chi non ne conosce la storia.

Così come accaduto per la figura paterna, anche la città natale dell’autrice, Torino, si sdoppia: piazza Vittorio, via degli Artisti, strada delle Cacce, luoghi anonimi o meramente di passaggio, divengono punti focali di una storia incredibile e troppo velocemente dimenticata.

Torino è stato infatti lo scenario di eventi atroci, di gruppi e ideologie apparentemente incomprensibili, nei quali L. B. fu in grado di ritagliarsi un suo posto. Ma non con Prima Linea, no: L. B. era per la giustizia, per l’umanità, per la non violenza.

Essere non violenti e giusti nella Torino degli anni di piombo non fu però semplice: e allora, eccolo lì, il ragazzo che corre nella notte, macchiato di sangue che non gli appartiene, celere nel cercare aiuto; ecco il ragazzo vicino agli abitanti di Villa Azzurra; ecco il medico pronto ad aiutare l’umanità.

Però l’umanità intera, per quanto si tenti, non può essere salvata: ed è così che crolla tutto.

«”Ma perché vuoi raccontare questa storia? Cos’è, una specie di rivalsa da meridionali? Vuoi riscattare il buon nome di tuo padre?”
La sua compagna alzò la testa e gli lanciò un’occhiataccia. Io mi irrigidii e posai sul tavolo la penna con cui avevo preso appunti fino a quel momento.
“No,” dissi.
Non era la prima volta che mi chiedevano perché, e ognuno cercava di trovare una spiegazione. Non capivo come mai ne sentissero tanto il bisogno. C’erano le spiegazioni psicanalitiche: un atto di perdono, di riconciliazione, una specie di riscatto dei comunisti “buoni”, un’apologia di mio padre, una sorta di saggio sugli anni settanta, cose del genere. Questa era senza dubbio la cosa più insensata che avessi mai sentito. A nessuno veniva in mente la spiegazione più semplice: che si trattava soltanto di un atto di interesse.»