Ciechi al rosso di Aliyeh Ataei

Ciechi al rosso, pubblicato nel 2026 da Utopia editore nella traduzione a quattro mani di Giacomo Longhi Alberti, e Harir Sherkat, è un’opera letteraria difficile da definire, così come la provenienza della sua autrice, Aliyeh Ataei, scrittrice, attivista e sceneggiatrice nata in Iran ma di famiglia afghana. Voce liminale di una terra martoriata, figlia di una frontiera che somiglia più a una ferita riaperta a più riprese che non a una linea di confine, Ciechi al rosso è una domanda che attraversa quel valico con un’intensità a volte quasi cruda, altre capaci di insospettabili leggerezze. Un’opera breve ma densa di immagini difficili da dimenticare, che ci fa chiedere se ci sia ancora spazio, ancora tempo, per leggere Lolita a Teheran.

“ho capito che per quanto non mi piacesse ero esattamente ciò che avevo visto, con quelle impronte sull’anima, instabile, inconsolabile e ignara di me”.

La scrittura come uno sciame sismico


Ho iniziato questo libro quasi subito dopo aver concluso la lettura dello splendido romanzo-memoir di Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran , con la fuorviante convinzione che vi avrei trovato qualcosa di simile. Siamo distanti da quella Teheran, e non solo per ragioni temporali o geografiche: l’Iran di Ataei è quello della frontiera, è più insanguinato che velato, è il luogo dove le lealtà si confondono in maniera molto più intima di quanto non sia possibile nella capitale e i sensi di colpa hanno un modo diverso di dilaniare i sopravvissuti. In questa terra al margine la letteratura e l’arte appaiono come qualcosa di lontanissimo, sembra impensabile trovare rappresentazione, consolazione, appartenenza tra le pagine di Henry James o di Vladimir Nabokov: la forma stessa dell’opera di Ataei è il riflesso di questa spaccatura, del continuo rivolgimento degli eventi che martoria la frontiera come uno sciame sismico.

Ciechi al rosso non è quindi inquadrabile in nessuna etichetta di genere o di forma, vive dello stesso carattere frammentato ed eterogeneo del tempo della memoria e della perdita, al di fuori delle convenzioni e delle pretese umane di restituire senso al caos. È una lettura densa, che chiede tempo e uno spazio — mentale, ma soprattutto emotivo — da abitare, in cui espandersi con le sue immagini fortemente cromatiche, di quell’intensità rosso porpora che rimane dietro le palpebre dopo aver fissato la luce diretta del sole.

Le terre di confine: amore, infanzia, fuga

“a chi resta il tempo scorre addosso, chi va ci rimane intrappolato dentro”


C’è un solo criterio che raccoglie come perline di una collana i frammenti della memoria di Ataei, quello cronologico: una linea del tempo che non traccia alcun confine, ma ci restituisce una Aliyeh bambina e già partecipe di una cautela e di una paura impensabili, con le ossicine fragili di una bambina di cinque anni che subiscono lo schianto del mondo indurendosi in una forma contorta e testarda. È la bambina della sfida degli scorpioni, dei proiettili portati in dono sulle tombe lucidi di olio come la punta delle dita, l’innamorata dal destino tragico: l’infanzia e l’adolescenza sono le terre liminali che non ha mai avuto pieno diritto ad abitare, da cui troppo presto è nata come profuga.

Il retaggio di questa abitudine a pensarsi altrove sembra essere il destino del migrante che, ci dice Ataei, è quello di sentirsi costantemente sradicato in un mondo che cambia di continuo, con l’unica certezza che non cambierà mai abbastanza da poterlo riportare alla terra da cui è fuggito, una terra che per non si conosce nemmeno più e che non somiglia a nessun ricordo. Il profugo si disabitua a sapere dove vorrebbe stare, disimpara a saper “stare” senza provare un dolore lancinante e silenzioso come quello del primo trauma della piccola Aliyeh. Non esiste desiderio o rimpianto, per un migrante, libero dal senso di colpa: per essere andati via, per essersi nascosti dietro un’altra lingua, per l’avversione ingiusta ma inevitabile per chiunque, anche innocente, si porti addosso la pelle dell’invasore, per quella vita che si sono ostinati a conservare mentre chi si ama non c’è più. Sono tante le terre che la guerra dilania, sembra essere il lascito di questo libro: quelle ritrovabili sulle mappe sono solo le più evidenti.

Di bamie, di torte e di proiettili lucenti: una ricetta di famiglia


Eppure, non tutto in Ciechi al rosso è un grido di ingiustizia e sofferenza. In quel tempo strano, capriccioso, che i bambini imparano ad abitare giocando a chiudere gli scorpioni in un barattolo per guardarli uccidersi sotto il sole, esattamente come altre forze più grosse e crudeli sembrano fare con le loro famiglie, c’è una vita che scorre addosso, la vita in cui succedono ancora cose banali: studiare, nascondersi, giocare, osservare gli adulti, avere fame, cucinare. Le ricette tradizionali rappresentano un legame fortissimo, spesso forse l’unico possibile, con una terra che non c’è altro modo per conoscere ancora: le loro mille varianti come forma di tradimento, ma anche di adattamento e di fedeltà, la loro riuscita come dimostrazione di essere ancora parte di qualcosa che ha ancora un colore, un odore, persino un sapore. Rimangono impressi quelli delle bamie afghane, così lontane dall’ordine e dalla chimica della pasticceria, libera dalla terra e dall’avvilupparsi delle radici ma anche di tutto il retaggio che la cucina di famiglia porta con sé.

Mi piace ricordare queste immagini, anche loro dai colori caldi, rosso, marrone, l’arancio delle spezie, mi piace pensare a questo calore che non sa di sangue e non sa di rovina, ma del tentativo di prendersi cura ogni giorno delle ferite di chi va e di chi resta.