Chiedimelo ancora di Clare Sestanovich

Chiedimelo ancora (2024) è il primo romanzo di Clare Sestanovich, pubblicato in Italia da NN editore. Si tratta della seconda pubblicazione dell’autrice, dopo una raccolta di racconti (Objects of desire, 2022), al momento disponibile solo in lingua inglese. Grazie al quest’opera l’autrice è stata selezionata da Anthony Doerr tra i 5 under 35 premiati dalla National Book Foundation.


Leggendo Chiedimelo ancora appare chiaro il perché: con una scrittura piana e limpida, Clare Sestanovich rivela un’ottima capacità di lettura della contemporaneità e dei giovani in particolare, attraverso uno sguardo che ricorda Sally Rooney ed Elif Batuman. Nel bene e nel male: è un romanzo lento, riflessivo, difficile da definire, in cui anche singole frasi possono apparire rivelatrici. Al termine della lettura sembra di avere tanto da dire e ancor più da metabolizzare, forse a causa della difficoltà nel sentirsi coinvolte nella storia.

La storia

La trama è apparentemente semplice. Un ragazzo e una ragazza si incontrano in una sala d’attesa e il loro legame attraversa oltre un decennio di cambiamenti, individuali e collettivi. Il rapporto si sfilaccia rendendo Jamie ed Eva una costante, ma sempre a un livello piuttosto superficiale. Accanto a loro ruotano infatti figure più o meno permanenti, in una costellazione in continuo mutamento che rifugge le definizioni e ogni forma di stabilità. Realtà questa che funge da specchio rivelatore di una generazione – ma non solo – che sembra avere insieme l’ossessione e il terrore di sentire, di andare in profondità.

Nelle prime pagine del romanzo, appena sedicenne, Eva si ripromette infatti di sentire tutto, forse in una sorta di professione di fedeltà al reale: mentre cresce la vediamo immergersi in domande, riflessioni, contraddizioni, senza mai liberarsi di un’inquietudine che la porta a svolazzare senza posarsi davvero da nessuna parte.

“Amava tutto questo – la folla di sconosciuti che rimbalzavano l’uno addosso all’altro, in corsa verso mondi separati – ma le era stato detto che Grand Central era cinematografica, che le ragazze perdute erano noiose, che potevi benissimo cercare te stesso nella grande città, ma tanto poi nessuno voleva ascoltare la storia.”

Il tema del movimento attraversa tutto il libro. Sullo sfondo, la città che non dorme mai per definizione, una New York che non scintilla ma occhieggia minacciosa: una visione lontana da ogni romanticizzazione, non approfondita ma decisamente efficace. Alla fine della lettura, rimane la sensazione che non sia un posto dove vorresti abitare. Lo sfondo urbano cambia diverse volte seguendo l’irrequieta strada di Emma: New York, Washington DC, infine la California.

Chi si ferma non è perduto

“Eva andava a piedi ovunque, perché non voleva veramente arrivare da nessuna parte; finché era in movimento, stava più o meno bene.”

Più che a trovare una strada o a trovare se stessa, sembra che Eva aneli a perdersi sullo sfondo o tra la folla, a farsi porosa e ad assorbirne il vissuto, anche se il più delle volte non incrocia davvero uno sguardo. Non è una Amélie incantata, è una sad girl a tutti gli effetti anche se questa sadness non viene esplicitamente espressa – non è una protagonista alla Ottessa Moshfegh, per intenderci – perché forse non è davvero tristezza. Semplicemente, Eva sta “più o meno bene”.

Dice Calvino, che “a volte uno si sente incompleto, ed è soltanto giovane”: l’irrequieto, superficiale movimento di Eva ha un retrogusto di cose perdute, dell’intensità che le manca e che sa di aver perso. Eva non si arrabbia quasi mai: si interroga e si dà delle risposte, o accetta di non poterne avere, pensa tantissimo (potremmo definirla un’overthinker cronica, tratto in cui da millennials è facilissimo riconoscersi), ma immagina soltanto di pretendere verità, di infuriarsi, di puntare i piedi e sbattere le porte. Non ci sono sentimenti totalizzanti, grandi passioni o tormenti: è un romanzo intriso di un senso di incompletezza e di confusione, a tratti di mancanza, come una ferita sorda.

“A un certo punto, Eva aveva smesso con i giochi di fantasia, anche se non ricordava esattamente quando. Non li aveva portati avanti troppo a lungo, non aveva fatto preoccupare nessuno, non era stata considerata strana, alienata o “nel suo mondo”. Adesso era tecnicamente un’adulta, e gli adulti erano quelli che, davanti a libri e film di paura o giochi che sfuggivano di mano, avevano il compito di rassicurare i bambini che era “solo finzione”.
Ma perché solo?
Esisteva qualcosa di più potente, più spaventoso, più capace di stravolgerti la vita?”

Coming of (an) age

Mi piace pensare che la forma mentale da giornalista di Eva sia figlia del nocciolo più profondo e più vero della ragazzina nella sala d’attesa, ma prima ancora della Eva che non abbiamo conosciuto, la bambina dei mondi immaginari: il desiderio (o il bisogno) di assorbire e raccontare storie, una visione in cui sentirsi incompleti è una possibilità invece di una mancanza, che si realizza nella corrispondenza, nel creare un’apertura verso l’altro in un modo che mi ha ricordato un po’ Dove sei, mondo bello di Sally Rooney. Accorciare le distanze tramite strategie di comunicazione da remoto, apparenti controsensi che celano un’empatia, un’intensità emotiva difficili da gestire ma non per questo meno autentiche.

“E così, quando toccava a lei percorrere la banchina a New York, Eva riusciva a pensare al suo viaggio come a una storia che non le apparteneva del tutto, una storia che avrebbe potuto emergere, con un potenziale illimitato, dall’immaginazione di qualche sconosciuto.”

Se lo guardiamo da un punto di vista simbolico, Chiedimelo ancora è un romanzo che riesce a rivelarsi estremamente potente a dispetto di una scrittura introspettiva ma sempre posata, mai sopra le righe e, a dirla tutta, senza un forte effetto di coinvolgimento: una storia su cosa significa, nel mondo contemporaneo, sentirsi smarriti e sapere di non poter davvero trovare una propria strada, ma imparare a occupare un posto e coltivarlo fino a poter dire di abitarlo davvero, di arredarlo con ciò che più ci somiglia, che sia o meno simile alle storie che abbiamo inventato da piccoli.