C’è ancora domani: la forza della speranza

Esordio dietro la macchina da presa di Paola Cortellesi, “C’è ancora domani” è un film il cui enorme successo è da imputare sicuramente al passaparola delle persone. Poca è stata, infatti, la pubblicità nelle sale nei mesi precedenti. Eppure ha ottenuto due premi alla 18ª edizione della Festa del Cinema di Roma, dove è stato presentato per la categoria “Progressive Cinema – Visioni per il mondo di domani”.

Se però siete andati a vederlo, avrete sperimentato una sala cinematografica colma di gente di tutte le età, cosa sicuramente poco convenzionale per un film (impegnato e in bianco e nero) italiano. Ma soprattutto, dopo i 118 minuti di pellicola condivisi, avrete visto i volti (soprattutto femminili) rigati dalle lacrime. E questo rende visibile a chiunque la portata emotiva di questo film, che sa risvegliare la forza della speranza in qualcosa di migliore che spesso noi donne dimentichiamo di possedere.

Di cosa parla?

Siamo nel maggio del 1946 a Roma ed entriamo nella vita di una classica famiglia, i Santucci, che deve cercare di rimettere assieme i pezzi dopo la Seconda Guerra Mondiale. Una guerra che, in quanto Italiani, abbiamo perso e un’Italia che fa ancora i conti con il suo passato recente, avendo i militari statunitensi a pattugliare le strade.

Delia (interpretata da Paola Cortellesi) è moglie di Ivano (un magistrale Valerio Mastandrea), uomo violento, il classico “padre padrone”. Assieme a loro, vivono i tre figli, tra cui l’adolescente e ribelle Marcella e il padre di Ivano, Ottone.

Delia fa da infermiera al suocero, che non ha sempre buone parole per lei, e si destreggia tra altri piccoli lavori per mettere da parte qualche soldo. La vita di lei, tra violenze domestiche, cucina e accudimento dei figli, è caratterizzata anche dalla presenza di Marisa (un’ottima Emanuela Fanelli), l’amica che lavora al mercato e con cui condivide i pochi momenti distesi. Insieme a lei troviamo anche Nino, amico di infanzia, e William, soldato americano che tenta di aiutarla, nonostante la sua diffidenza.

La “tranquillità” di casa Santucci viene scossa da un’importante novità: Marcella si è fidanzata con Giulio, figlio della benestante famiglia Moretti. Delia non può che sperare in un lieto fine per la figlia, in una vita migliore della sua, a riparo delle violenze. Ma davvero la violenza è una questione di ceto sociale o è qualcosa di più subdolo, radicato nella cultura che, a distanza di anni, ancora è presente?

La rappresentazione femminile: Delia e Marcella

L’elemento chiave di tutta la narrazione di “C’è ancora domani” è la questione femminile. Vediamo Delia malmenata dal marito, zittita dal suocero perché “ha il difetto che risponde”. La vediamo pagata meno degli uomini, anche se meno capaci di lei e da meno tempo al lavoro. E questo sicuramente alle donne in sala fa sorridere amaramente: accadeva negli anni ’40 e accade tutt’ora.

Allo stesso modo, vediamo Delia minimizzare ogni schiaffo, ogni percossa. Ogni momento in cui viene trattata come valesse niente è condita dal suo mesto sorriso, che però nasconde qualcosa di forte e potente. La speranza, anzi, la forza della speranza in un futuro migliore è ciò che la muove, e nello specifico per la figlia, Marcella, altro personaggio femminile interessante.

Ostile nei confronti di una madre che vede remissiva, allo stesso tempo sognatrice, non ha studiato in quanto donna e spera nel riscatto sociale e personale sposando Giulio. Per quanto questo possa farci storcere il naso, da persone del 2023, era la normalità in quel periodo, a maggior ragione post conflitto bellico, in una Roma da ricostruire.

Simili e diverse allo stesso tempo, Delia e Marcella vorrebbero il meglio l’una per l’altra, in una società patriarcale e maschilista che non le considera, che le vede come un intralcio.

Particolarmente forte è una scena che le riguarda, tolta quella finale (che non riporto per non togliervi la bellezza di guardarlo al cinema): uno scontro che le pone di fronte al fatto che cambiare la propria condizione è importante e bisogna farlo. E che siamo sempre in tempo per farlo.

La sorellanza: Delia e Marisa

Un altro rapporto positivo, ma maggiormente scanzonato, è quello tra Delia e Marisa: amiche e complici. In una realtà che mette le donne l’una contro l’altra, vedere due di loro sostenersi ci ricorda che non siamo sole. Perché la sorellanza è la chiave per i diritti.

La scena finale, in cui una folla di donne si interpone tra Delia e Ivano, rende chiaro tutto questo. Unite siamo imbattibili. Ed è così che si esce dalla sala con la certezza di ciò che le donne che ci sono state prima hanno fatto per noi. Si esce grati della potenza della loro speranza in un mondo migliore. Il legame che tiene Delia e Marisa unite ci rende consapevoli che in un mondo a misura di uomo dobbiamo trovare il nostro spazio.

Alcune curiosità e particolarità

Il film è girato interamente in bianco e nero e con una risoluzione che ricorda le televisioni a tubo catodico. Anche solo questo, a livello visivo, ci fa immergere nella realtà raccontata da Cortellesi. E non stanca, non si sente la mancanza del colore e nemmeno dei 16:9. Allo stesso modo, non stufano le quasi due ore di visione, merito dell’intelligenza della regista e di chi con lei ha prodotto il film. “C’è ancora domani”, il cui titolo acquisirà significato al termine, è sicuramente una pellicola femminista, ma è alla portata di tutti. Di chi milita per i diritti, di chi è lontano da tutto questo, di chi si sta avvicinando alla causa.

L’ispirazione di questa storia, ha raccontato Cortellesi, è la sua famiglia, i racconti della nonna e della bisnonna. E non stupisce, in questo, rendersi conto di come la prima scena omaggi un cartone animato Disney degli anni ’50, ovvero Cenerentola. Perché le donne ai tempi erano questo: schiave in casa, punite quando non perfette massaie. Con la differenza che non esisteva alcuna Fata Madrina che potesse salvarle dalla situazione e nemmeno un Principe Azzurro.

Perché vederlo?

Sono vari i motivi per cui ha senso andare a vedere “C’è ancora domani”. Provo a darvene tre:

  • riuscire a far ridere, commuovere e riflettere nello stesso film è difficile, ma Cortellesi ci riesce fin dai primi minuti;
  • la sua potenza è grandiosa già a metà film, quando crediamo di aver compreso dove andrà a parare. Ma diventa da brividi quando, alla fine, ne comprendiamo il vero significato;
  • è un grande omaggio alle donne, tutte: quelle di oggi e quelle di ieri. Ai risultati ottenuti e a quelli per cui lottare ancora e ancora.