La fragilità del diventare madre: Cattiva di Rossella Milone

Quanto è difficile diventare madre?

Rossella Milone lo sa bene e prova a trasmetterci la sensazione di smarrimento che ogni neomamma sperimenta nei primi mesi di vita di suo figlio. Lo fa con un linguaggio chiaro e senza filtri, raccontandoci il vero volto della maternità, centrando perfettamente il momento esatto in cui una donna smette di essere chi è stata e diventa qualcun altro.

Il tempo da soli con una neonata può essere orrendo. Non passa, è pesante, è pericoloso. Ti fa guardare in faccia chi sei, e alla fine sei qualcuno di solo e inesperto.

Titolo: Cattiva
Autrice: Rossella Milone
Casa editrice: Einaudi
Anno di pubblicazione: 2018
Numero di pagine: 128


La fragilità materna

La protagonista, Emilia, alterna continuamente i racconti della sua infanzia ai racconti del suo presente cercando di trovare uno spazio personale solo suo; cosa che da quando è diventata madre risulta quasi impossibile. Ma ci racconta anche dei tentativi di creare un rapporto con sua figlia, neonata di tre mesi.

Mia figlia già aveva capito come tenere in piedi il nostro legame, come tenderlo stretto stretto. Se soffri tu soffro anch’io, mamma, e questa fu la prima libertà che persi: la libertà di stare male, ché se il mio cuore perdeva un battito lei ne perdeva due.

La sua bambina piange molto, di giorno e di notte, e dipende totalmente da lei. L’assenza di pause, tra una poppata e un pianto, comincia a far vacillare Emilia che spesso si ritrova a piangere o a pensare ad una fuga. Tutto sembra più grande di lei e quando prova a cercare un aiuto dalla sua pediatra o da sua madre nessuno le da risposte concrete. L’unica cosa che le dicono è “Ci siamo passate tutte. Imparerai.” .

Sei troppo, sei un carico smisurato, essere la tua unica fonte di sopravvivenza mi paralizza, ché essere la salvezza di qualcuno significa che un poco tu muori – e morire non lo vuole nessuno.

Emilia, così, si sente schiacciata dalle responsabilità e dal fatto che la sopravvivenza di sua figlia dipende unicamente da lei. Si sente felice di essere madre; ama osservare per ore sua figlia e abbracciarla; rispetta il suo nuovo ruolo… ma ne sente malamente il peso. Ambivalenza raccontata anche in un momento specifico: quando si allontana dalla piccola per fare una doccia finalmente si sente riunita alla vera sé stessa, ma non riesce a rilassarsi completamente e fa tutto di corsa per tornare da lei nel più breve tempo possibile.

Mentre lei succhia io posso ritornare a essere viva, non per la vita che passo a lei, no: per la vita che devo passare a me. Perché magari un paio di pagine di un libro pescato dalla libreria riesco a leggermele, venti minuti di un film preso a caso in Tv riesco a vedermeli, starmene coi piedi abbandonati sul divano, mentre con una mano faccio le parole crociate, riesco a stare.

Rossella Milone spiega benissimo quella sensazione di impotenza che si prova quando tua figlia piange e tu non sai assolutamente cosa fare. Non ne capisci il motivo e ogni tentativo sembra peggiorare la situazione. In questo frangente, sembra che ogni altro essere umano sappia esattamente cosa fare, meglio di te. E ti senti ancora più incapace e più misera, svuotata.

Ci guardiamo per ore. Io mi annoio per ore. Altre volte non mi annoio, ma si annoia lei e comincia a piangere. Oppure prova disagio, quello che è. Io mica lo so. Non riesco mai a sapere cosa vuole. Non sapere cosa fare è la cosa più avvilente, ed è per questo che quando sono sola con lei ho paura. Uno spavento ancestrale come il battito cardiaco. Mi terrorizzano i suoi occhi supplichevoli, questa piena, totale, indiscussa fiducia che mi mette addosso. Stringermela sul petto, stringerla così tanto da schiacciarla e rimandarla dentro, mi pare tutto quello che posso fare. Ma per lei no, per lei non può bastare.

Emilia ci racconta anche l’esperienza del suo parto doloroso e interminabile, e ce lo descrive come il momento esatto in cui lei e sua figlia si sono fisicamente separate diventando due essere indistinti (seppur legati indissolubilmente). Un parto che porta con sé mille paure, mille incertezze e tanto dolore. Poi, accenna anche ai primi giorni in ospedale quando viene previsto il famoso (e tanto discusso) rooming-in, che ci racconta così:

E poi dovevo tenermi le forze per quelle notti con la neonata, lì in ospedale, che in quell’ospedale c’era il rooming-in, come se in inglese suonasse meno faticoso: i bambini li devi accudire da subito, diventi madre da un’ora all’altra, e quando ti accorgi che semplicemente non ne sei in grado, non sai cambiare manco un pannolino, altro che evoluzione, vorresti tanto stringere la mano a Darwin e dirgli Ma vaffanculo.

Ciò che lascia più di tutto questo libro è una sensazione di comprensione, vicinanza, fragilità e umanità. Si, perché molte donne ci sono passate e si sono sentite sbagliate a causa della narrazione sbagliata che viene fatta sulla maternità, da sempre.

Ti dicono che una mamma dovrebbe essere sempre paziente e felice, che se non riesci a capire subito tua figlia sei una “cattiva madre”. Ma, forse, quello che si dovrebbe raccontare è proprio tra queste pagine. Chi lo decide cosa fa di te una brava o una cattiva madre? Chi può giudicarti, se non te stessa?

Bisogna darsi il diritto di ammettere di essere smarrite.
Bisogna concedersi il tempo di adattarsi e imparare, giorno dopo giorno.
Bisogna validare le emozioni delle madri: perché mamma si diventa, non si nasce.


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Cose che non si raccontano di Antonella Lattanzi
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Cara Rose Gold di Stephanie Wrobel
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