Poiché c’è qualcosa di ognuno dentro di me, non sono mai stata completamente di nessuno.

Cassandra, opera stratificata e intensa edita da e/o, regala una chiave di lettura femminista e intimistica del tentativo, insito nel poema epico, di far avanzare una sottile striscia di futuro dentro l’oscuro presente.

In uno scorrere di immagini caratterizzato dalla frammentazione e dalla fusione dei piani temporali, Wolf tesse un prima e un dopo intorno alla caduta di Troia, un’operazione che è al contempo de-strutturazione e ri-strutturazione della lingua. Se le abituali categorie temporali e logiche non sono più sufficienti per esprimere un’irrimediabile scissione interiore, l’autrice ricorre ad analessi e prolessi, all’uso anticonvenzionale dei segni di interpunzione, intreccia discorso diretto e indiretto, come a simboleggiare una commistione tra i piani del dentro e del fuori. Un continuo spezzare e ricomporre verbale che fa da specchio al dissidio interiore di Cassandra.

Perché Cassandra è voce e silenzio, distruzione e rifondazione, ricerca di un’identità e suo doloroso abbandono. Se la vita è conflitto, è impossibile non fare la guerra, e Cassandra combatte con la voce, un dono che è anche maledizione, materializzazione di un destino desiderato e odiato. La ricerca di identità è un tema che permea tutto il libro: (ri)conoscersi può essere un dolore. (Ri)conoscersi è vitale e mortifero.

Troia, la città soleggiata e femminile della sua infanzia, esiste solo nei ricordi: diventa friabile come il suo uomo-simbolo, re Priamo, suggella il parallelo tra uomo e architettura, entrambi destinati alla rovina. La missione di Cassandra – la missione di Wolf, portavoce di un’altra città dilaniata, la Berlino del Muro – è un tentativo di riedificare la città senza dimenticare nessuna pietra, nessuna risata, nessun grido. E, d’altra parte, aedes (da cui edificare) è tanto la casa (il palazzo, luogo di affetti, ma anche di torture più o meno autoimposte, di riti, di obblighi e di amore) quanto il sepolcro e il tempio, rispettivamente la casa dei morti e la casa degli dei.

Aedes deriva a sua volta dal greco αίθω, ardere: casa è dove brucia il focolare, fulcro attorno a cui si raduna la famiglia, fuoco sacro del tempio, luce perpetua della tomba. Lo stesso fuoco che ritorna nel nome di Elena, etimologicamente fiaccola, lanterna. Peccato che Elena non sia altro che un simulacro vuoto, una grande assente: il fulgore splendente è diventato cenere. Splendido simbolo di tutto ciò che è perduto, Elena è lo strumento che legittima la narrazione distorta della Storia.

Ma più si legittima la finzione, più il reale si popola di spettri. Il ritorno di Cassandra, infatti, sarà una solitaria processione per le strade di un sepolcro a cielo aperto. Cenere dove ardeva una fiaccola. La guerra inizia e finisce con un inganno, sottile gioco sul tema del dentro/fuori (prima Elena, poi il cavallo varcano le mura). L’ironia del fato scherza sul dualismo pieno/vuoto (il cavallo, che proditoriamente nasconde i greci; la vanità di una guerra per il nulla).

Un romanzo di sorellanza e dolore

Per sua stessa natura, Cassandra è un romanzo di sorellanza femminile tacita e istintiva, sofferta, quasi tattile. È un romanzo di voluttà: più o meno consapevole, ma sempre concreta e pulsante, che si manifesta in tinte forti – dalla sensualità, alla carnalità, alla brutale oggettivizzazione. Essere donne, nella Troade di Christa Wolf, può voler dire essere costrette a trovare un’altra strada, un’altra bellezza ai margini, tra le escluse, le schiave. La si trova in un’altra religiosità: il culto della Gran Madre Cibele, forza creatrice e distruttrice alle origini del mondo naturale e forse, per questo, avulsa dal capriccioso pantheon greco, che necessita di timore e di speranza per essere venerato.

Per celebrare Cibele bisogna uscire da Troia, salire il monte e immergersi nella montagna, come a ritornare alla Terra. Un culto primordiale, di origini anatoliche, che spinge Cassandra a interrogarsi: brillante e curiosa, più interessata delle sorelle ai giochi politici, ascolta i sussurri nei cortili, si intrufola, sa. Vede attraverso il dolore e la sofferenza. Parola e immagini sono nutrimento e veleno di Cassandra; la radice greca da cui deriva il verbo sapere (οιδα) rimanda infatti alla dimensione della vista (più precisamente, dell’aver visto, in quanto aoristo/passato).

Il processo non è mai indolore. Fuggire – dentro o fuori da sé – non è la risposta se si lasciano deserti luoghi dell’animo, ma solo accettare, legittimare e processare il dolore consente di abitare il proprio vissuto senza deformarlo.

La speranza risiede in un cuore rianimato, che il dolore riusciva a raggiungere.

Ed è un dolore fisico, spesso corporeo; il corpo è traditore, la memoria è paura. Cassandra nutre questa spinta all’insania attraverso lo spavento e la solitudine, ripercorrendo strade marcate dalle astute alleanze tra le nostre manifestazioni represse e le malattie: il corpo estrinseca, oggettivizza e infine legittima, a caro prezzo, una sofferenza altrimenti indescrivibile.

Enea e Cassandra

Enea e Cassandra, i due poli opposti della rifondazione, vedono nella fine e nell’inizio, in sé e fuori da sé il corso del Sole, che cristallizza in pulviscolo dorato l’incertezza del reale. Simbolo di un maschile altro che non trova posto, Enea è il rapporto degli spazi sospesi, delle frasi interrotte. Al contrario di quanto avviene nel contatto che salda Cassandra alle sue sorelle di (s)ventura, Enea non può che carezzare l’aria sopra la testa di Cassandra, gesto dolcissimo e straziante che esplicita l’impossibilità di raggiungerla.

Enea parte, destinato o condannato a diventare un eroe. Cassandra resta, condannata o destinata a morire dopo una rifondazione diversa. Non può amare un eroe, ma diventa eterna in un modo che non può che essere altro.