Un inverno freddissimo: camminare adagio sull’ultima neve d’inverno

Le tenui fiammelle e i sogni infranti di Un inverno freddissimo

Scriveva Hannah Arendt, in tempi e modi diversi, a proposito del suo rapporto con Martin Heidegger: “Tra due persone accade che talvolta, assai raramente, nasca un mondo. Questo mondo poi è la loro patria, era comunque l’unica patria che noi eravamo disposti a riconoscere. Un minuscolo microcosmo, in cui ci si può sempre salvare dal mondo che crolla”.

Un inverno freddissimo, scritto nel 1966 da Fausta Cialente, uno dei nomi più a torto dimenticati del Novecento italiano (pubblicato da Nottetempo) se volessimo ridurre all’osso le sue nemmeno trecento pagine è proprio questo, un microcosmo in cui si può provare a salvarsi da un mondo che crolla. Spesso, con scarsi risultati, affondando perché ci si dibatte in una cornice troppo stretta, quando ciò che potremmo cercare di fare è tentare di camminare adagio sull’ultima neve degli inverni della nostra esistenza.


Una storia senza eroi

Non ci sono eroi, non ci sono fuochi d’artificio o eventi straordinari, nell’inverno narrato in questo libro: nella Milano postbellica, la Milano del 1946, forse non c’è ancora spazio per tutto questo. Eppure, c’è un guscio dove sembrerebbe possibile riscaldarsi per un po’. È in questa soffitta di una vecchia casa di ringhiera che, con un volo di uccelli ad alzare il sipario, entriamo nella vita di una famiglia come tante. Una famiglia come quella che, forse, abbiamo sentito raccontare dai nostri nonni: Camilla, la madre, i figli Alba, Lalla e Guido, il nipote Arrigo con la moglie Milena, Regina e Nicoletta, moglie e figlia del defunto Nicola, fratello di Arrigo. A fare da ulteriore cornice, Enzo, un vicino di casa dal passato misterioso e partigiano, e Matelda, un’amica di famiglia.

Non c’è nulla di speciale, a prima vista, se non il freddo che inizia a pervadere gli animi e le vite dei protagonisti: la maestria di Cialente è nel trasmettere progressivamente lo stesso gelo al cuore di chi legge, perché, in realtà, sotto lo strato sottile dell’ordinario di vite di cui avremmo già potuto sentir parlare migliaia di volte, non siamo davanti a una storia semplice. Non siamo davanti a una storia semplice perché il microcosmo protettivo di quella soffitta è temporaneo, come l’esoscheletro di una cicala alla fine dell’estate, come la condizione dell’esistenza umana nella sua terribile, temibile, meschina quotidianità.

Una vita in antitesi

Tante sono le sfaccettature delle vite di questo libro ma possiamo trovare una costante nei continui rapporti antitetici tra le persone e le cose: il divario generazionale, l’assenza di padri, la fatica della famiglia che pesa interamente sulle spalle della matriarca, l’incomunicabilità, i sogni e i sogni infranti, la diatriba tra il cercare di scappare e la speranza contro ogni speranza, tra il diventare adulti e cercare di rincorrere una giovinezza perduta e non vissuta appieno. La famiglia di Camilla ha ben poco di eroico, ma racchiude le costanti universali e le contraddizioni umane: l’antitesi meno visibile e, forse, più violenta è quella tra le possibilità della ricostruzione del secondo dopoguerra e le incertezze della vita umana.

Una vita soffocante e incerta, che si scheggia progressivamente sotto i colpi di un’eterna scontentezza: eppure, i personaggi che si avvicendano in queste pagine diventano sempre più vicini a noi perché sono estremamente reali. Un inverno freddissimo non è una storia di speranza ma è una storia vera, che non infiocchetta una realtà che lascia estremamente a desiderare, in cui il rimpianto passato fa da contraltare all’infrangersi dei sogni per il futuro: si può solo provare a restare in equilibrio nel provare a camminare adagio sull’ultima neve.

In quel pantano che è la miseria non solo di Camilla, dei suoi figli, dell’Italia del dopoguerra ma dell’essere umano, c’è qualcosa di profondamente inaspettato e di cui non possiamo fare a meno, nonostante tutto: una delicatissima tenerezza. Una tenerezza anche deludente, se vogliamo, ma che fa arrivare a dire che “si vorrebbe stare meglio”. Non c’è violenza, incredibilmente, in questa richiesta, forse perché si sa che probabilmente resterà inascoltata. C’è la schiettezza del desiderio che si è consci che resterà disatteso e la coscienza che il futuro, in fondo, non andrà come avevamo sperato. 

Gli inverni del nostro scontento

Now is the winter of our discontent“, ora è l’inverno del nostro scontento, che è Shakespeare, che è Steinbeck, che è Cialente: un topos che nasce dai nostri cuori fragili e circondati di strati soffocanti in un tentativo di vana difesa di quel poco che siamo, per paura di scoprire che siamo forse addirittura meno di quello che gli altri vedono di noi. Ed è tanto faticoso accettare che gli altri possano amare anche le nostre meschinità: è ciò che più del resto ci fa fuggire, un po’ come Alba e un po’ come Camilla, l’una che scappa e si perde, l’altra che fugge persino dalla tenerezza, perché schiava di un ruolo che certamente ha, ma che ancora di più si fa pesare addosso. Ogni mese, ogni giorno diventa crudele, perché più o meno consciamente ci pasciamo nell’odio verso noi stessi e non c’è posto per l’amore dell’altro.

Essere “quasi” felici

Ma cosa resta, dopo tanta notte, dopo tanto inverno?

I sogni più grandi sono i più dolorosi quando si infrangono, soprattutto quando prendono il tono della beffa: eppure, il “mi sembra che fino ad un certo momento eravamo tutti quasi felici” (e che inverno freddissimo, quel “quasi”!) detto da Lalla al fratello minore, “ma nessuno di noi l’aveva capito” si fa catarsi dell’esistenza. È il punto di svolta dal quale ognuno dei personaggi può riprendere a vivere: non i sogni in grande, non la straordinarietà delle grandi imprese, ma l’esistenza semplice, minuta, normale. Quella quotidianità in cui non si può fare altro che accettare la croce del grigiore e della sofferenza, ma attraverso la quale, in fondo, è possibile trovare persino la gioia. Una gioia semplice, che non fa sconti. Come camminare adagio sull’ultima neve, sapendo che la primavera, anche se non sarà eterna, ma porterà a un nuovo inverno nella bislacca giostra del mondo, sta arrivando.