Breve storia sentimentale dei Balcani di Angelo Floramo
“Siamo impastati alla terra, (…) ma mica quella dove siamo nati, quasi per accidente, ma quell’altra, alla quale apparteniamo per qualche strana alchimia.”

Per fortuna non è breve come promette il titolo, ma sentimentale quello sì. Forse anche un po’ di più. Il taccuino – di viaggio, ma anche e soprattutto di sosta, di scavo, quasi di degustazione – di Angelo Floramo è un’inevitabile sbandata, se non un innamoramento vero e proprio, che si conclude a piedi (e cuore) nudi a Sveto in primavera, solo per non concludersi affatto, per lasciare al lettore una traccia permanente di quell’inquietudine che Angelo Floramo definisce balcanitudine: una nostalgia, una mancanza. Di tutto e di niente. Inspiegabile eppure ineludibile, senza scampo. Il desiderio di lasciarsi attraversare dal tempo e dal vento, “ubriacarsi di rakija e bellezza” in questa terra meticcia, plurale, anche un po’ folle che trova in Medea (la straniera, la maga, l’esule) la sua madre fondatrice, cuore pulsante e notturno di un’identità composita.
Archeologia e fenomenologia di una nostalgia
Angelo Floramo ha scritto per Newton Compton una serie di libri di divulgazione incentrati su storia e tradizioni friulane e ha pubblicato con Bottega Errante Edizioni diversi saggi e romanzi che hanno nella frontiera il loro cuore pulsante, come se la balcanitudine fosse non solo uno stato d’animo ma una vera e propria cifra poetica e interpretativa, un luogo tanto simbolico quanto reale dove “tutto ha almeno due anime”, come stare nel cuore di un nodo e sentir tirare i due capi, ma sapere di non poter essere più al proprio posto di così.
“Chi cerca la frontiera, il suo alito alcolico e sognante, deve venire qui.”
Ed è un qui fatto al tempo stesso della spiritualità commovente delle chiese ortodosse e del profumo di tocio de mar, di trattorie, di strade che somigliano a corridoi, delle giornate di bora, di fumo e di Storia. In Floramo narratore coesistono le anime sfaccettate della frontiera: il viaggiatore e l’autoctono, il curioso, lo storico, il padre, il figlio, il prof, lo spirituale e l’appassionato, l’ascoltatore e il poeta.
Di malinconie e di bicchieri che si moltiplicano
“Per me la scrittura o si intride di fisicità o non vale la pena del disturbo.”
In un equilibrio perfetto tra profondità storica e vagabondaggio sentimentale, Angelo Floramo non si limita ad evocare l’anima della frontiera, finisce per inciampare costantemente nel suo corpo, denso e sapido, che sarebbe impossibile (e ingiusto) ignorare. La geografia di questo abbraccio di Adriatico è anche una mappa di odori e di sapori, ha un’anima antica, capace di apparenti ruvidità ma anche di uno spirito di condivisione che rimanda a tempi custoditi nelle pieghe della memoria istintiva e collettiva: è la topografia delle osterie, dei vagabondi affamati di jota e di storie, e dell’oblio momentaneo della rakija che sembra una musica dimenticata, una malinconia solitaria che nella convivialità trova un (momentaneo) appagamento e una più duratura fame di altro tipo.
A voler raccontare, perché questo libro mi sia entrato – per dirla con le parole di Floramo – sotto la pelle come una scheggia –, mi viene da pensare al fatto che siamo tendenzialmente un po’ gelosi delle nostre nostalgie, e la genesi della Breve storia sentimentale dei Balcani mi ricorda proprio questo stato d’animo: una ricerca apparentemente interminabile, forse una tela di Penelope, il preludio a qualcosa che esce dall’intimità del personale e diventa domanda, ascolto, diventa un fiume di appunti, voci, storie. Alcune quasi di famiglia, con la semplicità di una partenza e di un viaggio improvvisato, altre nelle quali la Storia dilania ogni resistenza, ogni distanza: il racconto di Fatma, capelli lunghi sotto un berretto da maschio, mi ha riportato allo stesso stato d’animo che ho provato leggendo La figlia, di Clara Usòn.
Memoria e promemoria del viaggio
Breve storia sentimentale dei Balcani è un libro del 2024. Ci sono i ragazzi del prof. in gita, ci sono Be Real e la lingua dei millennials, ci sono, ancora vicini, gli anni Ottanta e i Novanta dello sgretolarsi delle certezze, del polverizzarsi dei regimi e di quel controverso sentimento di unità che, col senno di poi dei conflitti che hanno dilaniato la penisola balcanica da allora acquisisce i tratti di un presagio sinistro. C’è il tempo veloce scandito dalle tappe serrate, c’è lo spettro mastodontico delle crociere e dei voli low cost che rendono tutto più facile tranne la lentezza necessaria alla malinconia per sedimentare.
“Eppure il viaggio è soprattutto attesa. Paziente attraversamento. La meta è solo l’approdo. L’ultimo atto. Quello che conta davvero è quanto accade nel mentre. Ho sempre pensato che fosse un avverbio meraviglioso, il mentre. Non è mai definitivo. Né impositivo. Implica una sospensione. Una durata. Collega, non taglia. La frontiera è il mentre. Il confine, invece, l’adesso.”
C’è una poesia della stasi, del non pianificare, un’elegia della lentezza e delle strade che sono più corridoi, che Floramo racconta nel suo stile poetico, disincantato solo in apparenza perché si incanta eccome, che regalano una definizione di frontiera indimenticabile e la conferma, una volta di più, che Sveto è una primavera, non un finale. Un battesimo della nostalgia.