Bones and All, il cinema che trascende la letteratura

La nuova pellicola del regista Luca Guadagnino, Bones and All, è tratta dal romanzo del 2015 di Camille DeAngelis dal titolo Fino all’osso. Un romanzo che può essere inserito nel filone young adult, ma anche in una sorta di filone horror-romantico, che nel film però prende vie traverse. L’occhio di Luca Guadagnino trascende la letteratura e trascende anche la tematica fine a se stessa dell’antropofagia.

La fotografia viene diretta a dir poco magistralmente da Arseni Khachaturan, che con un profondo lirismo dai colori pastello mostra i verdi paesaggi del Midwest, luminosi e invitanti nel richiamare la vista dello spettatore.

Le colonne sonore che accompagnano il lungo viaggio dei personaggi per il Midwest sono state realizzate da Trent Reznor e Atticus Ross e presentano sonorità originali inerenti al periodo storico in cui si svolge la storia, e inoltre riescono a cogliere perfettamente ogni nota emotiva attraverso le immagini suggestive della fotografia.

Dalla visione del film non traspare affatto quella patina di pseudo-fantasy in cui è avvolto il romanzo: i protagonisti vivono in una condizione, forse genetica, di antropofagia negli anni ’80, al tempo di Reagan e dell’avvento dell’Aids.

Trama

Fin dalla tenera età, la protagonista Maren (interpretata da Taylor Russell) sente la necessità di cibarsi di carne umana e dunque di uccidere, perciò la sua è una vita costellata da fughe e da cambi di identità per celare la sua abietta fame insaziabile.

Maren, dopo l’ennesimo episodio di cannibalismo in una nuova città, fugge per poi essere abbandonata dal padre che, pur non comprendendo la sua natura, la protegge fino a quel momento. La giovane intraprende un viaggio da sola alla ricerca della madre mai conosciuta.

Il viaggio come metafora formativa è una delle tematiche che guadagnino predilige, ponendo sulla strada di Maren diverse figure che la porteranno a comprendere chi è davvero, figure negative e figure positive. Una di queste figure è Lee (interpretato da Timothée Chalamet), un ragazzo antropofago come lei, con una condizione familiare precaria, che accompagna Maren in questa ricerca della verità e dell’identità on the road.

Ciò che accomuna questi due giovani è la ragione di trovare il proprio posto in un mondo che non accetta la loro natura, pur rigettandola per certi versi. E’ curioso notare, infatti, come entrambi cerchino di mantenere un’etica personale di giustizia provando pietà, nonostante finiscano comunque per uccidere e trovare un’esaltazione quasi primordiale nel sangue.

I loro occhi bramosi, così come le loro dita, affondano nella carne ancora pulsante e febbricitante degli ultimi istanti di vita del malcapitato e ne saggiano gli organi con un crescendo di seduzione e appagamento. Lee e Maren finiscono per trovare conforto l’uno dall’altra e si innamorano, ma il fatto di dover uccidere delle persone li porta costantemente al rifiuto di se stessi e ad uno stato di incertezza.

Maren, dopo aver incontrato la madre in un istituto psichiatrico, è totalmente sconvolta e teme che le potrebbe accadere la stessa sorte: impazzita per la fame insaziabile e priva degli stessi arti. Questo avvenimento la porta a rifiutare quell’amore intenso nei confronti di Lee per qualche breve tempo, ma alla fine giunge alla conclusione che è giusto ritagliarsi uno spazio in quella stessa società che non esiterebbe un momento a rinchiuderla.

Insomma, un film di ricerca è quello diretto da Luca Guadagnino, un film di scoperta, di scoperta dei propri sentimenti che non rifugge addatto dal ricordare la serie We are who we are e il film del 2017 Chiamami col tuo nome, tratto dal romanzo dello scrittore Andrè Aciman.

Anzi, quelli del regista sono dei grandi riferimento al senso della bellezza e della fluidità nell’essere diversi in tutti i sensi possibili.

Maren scopre l’amore e nel conoscere questa nuova forza potente, non si sente più esclusa dal mondo. Oltrepassando il romanzo, Luca Guadagnino dipinge uno spaccato di vita e di una società che finisce per influenzare anche chi è più emarginato, e Maren e Lee sono gli emarginati che scelgono di rifugiarsi in un amore profondo e smanioso come la loro fame di corpi umani.

Commovente e poeticamente macabra la frase pronunciata da Lee in una scena definendo il più grande atto d’amore e di felicità completa quello di mangiare fino all’osso o addirittura di essere mangiato lui stesso. Luca Guadagnino dimostra ancora una volta di realizzare film con un’intensità emotiva senza pari e di essere all’altezza della settima arte.