Babylon, lo stravagante e fragoroso omaggio al cinema di Damien Chazelle

Non appena si gettano gli occhi sulle prime scene di Babylon, si assiste ad un tripudio di corpi, di sorrisi estatici, di effluvi d’alcol e di droghe, di nudità e di sessualità esplicita al ritmo sostenuto e trascinante di jazz. Quelle scene sembrano quasi ricordare le stesse rumorose ed esaltanti feste dei favolosi anni ’20 che mise in scena il regista Baz Luhrmann nel recente adattamento de Il Grande Gatsby e per occhi attenti evidenti echi felliniani.

Ma nel descrivere l’eccesso negli eccessi (gioco di parole altamente voluto), c’è molto di più in Damien Chazelle, regista di grande talento che rivela il filo conduttore di cui è intrisa questa pellicola, un tema centrale presente anche in La la land, film del 2016 interpretato da Emma Stone e Ryan Gosling: l’amore estatico per il cinema, l’atto di osservare la messa in scena, goderne la recitazione e farne parte, esserne un tutt’uno. Notare nelle pupille dei personaggi la passione bruciante che li guida e allo stesso tempo li distrugge.

Mia e Sebastian, i protagonisti di La la land, realizzano il proprio sogno rinunciando al loro amore e anche Manny e Nellie, i due protagonisti di Babylon, rinunciano all’amore per realizzare un sogno che li avrebbe portati all’immortalità presso le generazioni future. Tuttavia, in questa nuova pellicola della durata di tre ore (leggermente spossanti), Damien Chazelle ha portato in sala l’altra faccia della medaglia del cinema. Tutti hanno un lato oscuro e anche i divi del cinema muto ne avevano uno. Ma dove ha inizio la Babilonia del cinema? In una smisurata e confusionaria festa.

Trama

Nel 1926, Manny Torres, interpretato da Diego Calva, è un giovane immigrato messicano che trova impiego presso un importante dirigente della Kinoscope Studios. Svolge per lui delle mansioni da tuttofare e nel bel mezzo di un rumoroso baccanale incontra Nellie LaRoy, interpretata da Margot Robbie, una svampita e seducente giovane che tenta di imbucarsi alla festa.

Manny è terribilmente affascinato da questa ragazza così selvaggia e da quel momento le loro vite cambieranno totalmente. Nellie, mentre balla in modo provocante, viene notata e ingaggiata (a dire la verità come sostituta della precedente attrice morta alla festa a causa di una overdose) per un ruolo su uno dei set della Kinoscope. Manny fa amicizia con Jack Conrad, un grande attore del cinema muto dal fascino alla Rodolfo Valentino, interpretato da Brad Pitt, e dopo averlo riaccompagnato a casa , l’attore dimostra la sua riconoscenza offrendogli un lavoro da assistente alla Kinoscope.

Nellie diventerà una star e Manny scalerà i ranghi dello studio, fino a diventare un produttore. E da produttore scoprirà il grandissimo talento di Sidney Palmer, interpretato da Jovan Adepo, un trombettista jazz afroamericano di straordinaria bravura.

Damien Chazelle ricongiunge i pezzi del puzzle a tema jazz che aveva disseminato in Whiplash nel 2014 e successivamente con La la land, esaltando l’amore per la musica e al contempo l’amore per il cinema attraverso il sodalizio artistico con il compositore Justin Hurwitz, vincitore di due Premi Oscar, di due Golden Globes, di due Grammy Award e di un British Academy Film Awards per La la land.

Dal muto al sonoro

Per la nuova pellicola di Chazelle, Hurwitz si aggiudica il suo quarto Golden Globe. Il regista statunitense non aveva in mente soltanto di creare un leitmotiv diretto con i suoi precedenti film, ma aveva in mente di realizzare (e ci è riuscito in toto) un omaggio al cinema muto, il cinema da cui ebbe inizio tutto, ogni cosa, ogni genere futuro e perfino il sonoro. Il progresso derivato dal cinema muto, portò alla nascita del sonoro nel 1927 e per la prima volta venne proiettato il film Il cantante di jazz, interpretato da Al Jolson.

Ma Chazelle decide di riportare sullo schermo, Cantando sotto la pioggia del 1952 (inserito tra i migliori cento film statunitensi) perché ambientato alla fine degli anni ’20, proprio nel periodo di passaggio dal muto al sonoro. E, principalmente, decide di mostrare agli spettatori le dinamiche “dietro le quinte” di un set cinematografico di film muti, con la sua orchestra, con le controfigure con gli incidenti spesso mortali che accadevano nel girare delle scene particolarmente pericolose o in condizioni meno confortevoli.

Questo è il cinema in tutto il suo splendore, con le sue luci e le sue ombre, le ombre costituite dall’abuso di alcol, dal gioco d’azzardo, dalle droghe, dalla ricerca di una soddisfacente felicità mai soddisfatta completamente, dalle relazioni burrascose e dalle perdite dolorose.

Manny e Nellie non vivranno il loro amore e soltanto Manny ricorderà, con un misto di rimpianto e di gioia, quella Babilonia in cui tutto fù e tutto finì, troppo brevemente. Nellie, come tutte le star, subirà il proprio tramonto indebitandosi con gente di malaffare e abusando di droghe. E anche Jack Conrad subirà il proprio tramonto, non riuscendo ad accettarlo e preferendo il suicidio, ma non prima di sentire le toccanti parole della giornalista Elinor St. John, interpretata da Jean Smart, che illustrano in modo inequivocabile uno dei temi fondamentali della pellicola: pur raggiungendo il tramonto, gli attori del grande cinema muto raggiungeranno l’immortalità, perché le generazioni future correranno al cinema a vedere i loro film, ad adorarli, a studiarli e a riportare in auge quei bei tempi andati.

In questo roboante caos di sontuosi party, set cinematografici, fiumi di alcol e gioco d’azzardo sulle note del ragtime, dello swing e del jazz nasceva tutto quello che oggi conosciamo con il nome di cinema, quello stesso luogo fisico che ci emoziona, che ci fa sorridere, che ci fa commuovere, che ci fa scoprire e riscoprire grandi classici o novità estremamente allettanti. Al cinema muto si deve molto più di un omaggio e Damien Chazelle ne ha fatto una elettrizzante celebrazione con dei veri divi.