Autobiogrammatica: le parole per dirsi

Un testo particolarmente interessante spicca tra i libri candidati al Premio Strega 2024, il cui titolo è un neologismo. Si tratta di Autobiogrammatica di Tommaso Giartosio edito dalla casa editrice minimum fax e proposto dallo scrittore Emanuele Trevi con la seguente motivazione:

«La lingua, e il rapporto intimo che ogni scrittore instaura con le parole della sua vita, quelle che lo hanno formato e ne hanno scandito il percorso intellettuale e umano, sono stati per lungo tempo confinati al mondo della saggistica e della critica letteraria. In Autobiogrammatica, con la sapienza e la profondità che da sempre connotano la sua scrittura, Tommaso Giartosio li trasforma nel cuore e nel motore di un testo che è al contempo romanzo di formazione e memoir, cronaca famigliare e autoritratto, dizionario pubblico e privato: un’impresa che a me sembra preziosa quanto necessaria.»

La presa di parola dell’autore, seppur leggera e divertente, non è però semplice: che il lettore si impegni e si lasci stuzzicare, si prenda del tempo per immergersi nella lettura di questa autobiogrammatica.

Cos’è l’autobiogrammatica?

Scomponendo il neologismo è semplice comprendere cosa ne viene fuori: auto, dunque l’io, bio, dunque la vita dell’io, grammatica ovvero l’insieme di lemmi e norme linguistiche che descrivono la vita dell’io. Non sarebbe stato più semplice scrivere un’autobiografia con qualche riferimento al linguaggio qua e là? Certo, se non fosse che per Giartosio è la forma ciò che realmente conta, perché in fondo sono «le parole» che «dettano le nostre azioni».

Autobiogrammatica è un ibrido, come ormai gran parte della letteratura contemporanea, tuttavia di una sfacciata originalità: autofiction, sì, ma autofiction grammaticale, un romanzo di formazione, o meglio, una grammatica di formazione? Che poi, cosa vuol dire, oggi, scrivere una Grammatica? L’autore soffia la polvere antiquata che da secoli è depositata su questa parola, associata a un intento normativo, maleodorante di accademismo.

Il modello di Giartosio è ben diverso, il suo intento è, a un primo livello, ludico, a un livello più profondo, introspettivo. Il modello è Natalia Ginzburg.

Lessico famigliare

Sono nato nell’anno di Lessico famigliare. Quando l’ho letto io, vent’anni dopo, il memoir di Natalia Ginzburg veniva ancora ricordato e citato con amore da quasi tutti gli adulti che conoscevo. Non aveva solamente vinto il premio Strega e venduto centinaia di migliaia di copie: aveva messo in circolazione una categoria linguistica fino allora nota solo agli specialisti. Anche chi (come tanti, come me da ragazzo) l’aveva letto per il puro piacere di leggerlo, senza coglierne la maestria letteraria, ne aveva trattenuto almeno l’idea portante (la donnée, dicevamo in casa) secondo cui ogni famiglia aveva un suo linguaggio. Intuizione elementare e penetrante come una spilla da balia, che subito aveva innescato un processo di emulazione.

Il capolavoro della scrittrice piemontese è presenza esplicita nell’Autobiogrammatica, oltre che frutto di un esperimento compiuto con la sua famiglia: vi era infatti una rubrica in cui, ogni persona del nucleo famigliare, appuntava di volta in volta il lessico e le espressioni comuni di quell’impasto linguistico composto da italiano, dialetti, inglese, francese e tedesco che si parlava in casa.

Tuttavia i punti di contatto tra le due opere si sfilacciano sino a perdersi in un punto fondamentale: quello di Ginzburg è un mero lessico, mentre quello di Giartosio è un vero e proprio sistema linguistico. L’autore si arrovella su ogni singolo elemento del suo lessico famigliare, si interroga, cerca ragioni storiche, antropologiche, politiche, sociali: egli è ossessionato dalla lingua, è un maniaco del linguaggio.

La voce del silenzio

C’è un momento in cui il lettore si rende conto di star leggendo un romanzo di formazione in cui il protagonista sembra essere il silenzio. In un’opera che mette al centro il linguaggio è illogico incontrare così spesso silenzi oppure anche il tacere può considerarsi lessico? Di certo Tommaso Giartosio ha spesso sperimentato la capacità comunicativa del silenzio perché esso è stato parte fondamentale del linguaggio paterno.

Di formazione militare, uomo affettuoso e onestissimo, preferisce tacere piuttosto che raccontare anche solo una bugia bianca. Tutto d’un pezzo, ligio al dovere, profondamente amorevole e appassionato di arte e cultura, è dovuto crescere in una situazione tragica, affrontare la guerra schierandosi in prima linea, a rinunciare alla sua gioventù, tuttavia l’animo da ragazzo è quello che lo guida nei riguardi della famiglia. Da lui il protagonista impara a non raccontare menzogne, grazie al suo esempio scopre l’onere dell’onestà.

Il suo è un principio morale ma anche un parametro per la vita pratica. Se uno non può mentire, ogni sua parola è solamente quello che è. Quel versante della condizione umana che ospita la seducente finzione, l’inganno manipolativo, l’entusiasmo del travestirsi, la pietosa menzogna, il complotto, i sentimenti contraddittori… scompare. Se si può dire solo ciò che sta in piena luce, parlare diventa molto semplice. Ma anche inutile. La realtà risulta lineare. Trasparente. E di molte cose non si può parlare. L’obbligo di dire la verità è fratello gemello del silenzio.

Forme, corpi

Autobiogrammatica si concentra principalmente sulla forma delle parole, delle lettere, sui loro suoni. «Cos’è una A?», si chiede ossessivamente il protagonista e le lettere sono il continuo soggetto dei suoi disegni, spesso prendendo sembianze antropomorfe. Insomma, il significante è ciò che gli interessa, il significato è secondario.

In questo modo si spiega perché Tommaso Giartosio dedichi un intero capitolo alle voci, o meglio, ai versi: non quelli poetici, ma quelli animaleschi. Una certa passione per la zoologia descrive il protagonista bambino, un’attenzione particolare per ogni tipo di animale, per il loro modo di comunicare e di stare al mondo.

Gli animali mi confortano: sono creature non verbali. Rumorose, a volte; comunicative, sempre. Grazie a loro sono finalmente di nuovo muto. O meglio, ho una voce infantile, a cui è del tutto estranea la parola.

Gli animali servono al bambino per conoscersi, per comprendere sé stesso: imita i loro gesti, è nella corporeità che si incontrano. Così, quando quello che mena e quello che guarda lo attaccano, lui si rannicchia, si immobilizza, proprio come se fosse un animale in posizione difensiva; e anche il pensiero timoroso tuttavia bramoso rivolto a quei corpi muscolosi e forti usati con violenza rimanda al mondo animale.

Ma il corpo non è solo soggetto sofferente, è anche strategia narrativa: Giartosio tira fuori le parole da cassetti chiusi, si inoltra nella soffitta polverosa, entra nelle metafore.

Le parole per dirsi

Il monito socratico del conosci te stesso è fondamentale quanto difficile da mettere in pratica. Il protagonista di Autobiogrammatica compie un viaggio introspettivo attraverso le parole, individuando una grammatica personale, ma molto di ciò che lo definisce è rimasto privo di parole: il silenzio, ecco che torna questo elemento del suo lessico.

Durante gli anni delle superiori Tommaso conosce Filippo, un compagno di classe la cui bellezza angelica lo distingue dagli altri studenti. Un’occasione fortuita li avvicina, nasce tra i due un’intensa amicizia fatta di lunghi viaggi, di grandi discorsi, di giochi linguistici e di complicità. Il silenzio però isola entrambi, non sanno di condividere più della passione per i viaggi e le parole; forse lo sospettano, tuttavia parlarne a voce alta appare fuori discussione.

Ho paura, a chiedere. Temo che mi parli di pensieri e desideri più lucidi dei miei. È difficile e penoso per chi si è trovato nella nostra posizione sentire, precisamente come la vertigine in cima a una scogliera, la ventata di questo folle pensiero:
cosa poteva avvenire,
come sarebbe stato, da ragazzi, sapere di non essere soli al mondo, avere accanto una persona come noi, la prova vivente che dovevano essercene anche altri e altre – e per giunta, soprattutto, un amico fraterno? Cosa avrebbe significato in quegli anni di quasi unanime silenzio, il silenzio di un’eterna consacrazione dell’eterosessualità a unico vero Dio, cogliere una risata proveniente dal banco dei chierichetti? Quanto sarebbe stata diversa tutta la nostra vita. Quanta felicità avremmo trovato (e anche quanta infelicità, non ne dubito, ma entrambe vere) se solo avessimo scambiato mezza parola su questo – su ciò che, non essendo stato detto allora, tuttora non ha un nome; e si può indicare solo con un vocabolario tecnico che appartiene a altre stagioni della vita, al momento oggettivante e scientistico, a quello militante, a quello provocatorio, a quello disilluso – omosessuale, omofilo, gay, queer, checca, frocio, frocia persa – mentre non sapremo mai, mai, come ne avremmo parlato allora, con quali allusioni e metafore, con quale cruda proprietà di termini!

Autobiogrammatica di Tommaso Giartosio è un libro intimo e sincero, ludico e geniale, di uno sperimentalismo ricco di meraviglia e originalità, in cui attraverso il linguaggio vengono toccati temi importanti della biografia dell’autore, della società odierna e della storia collettiva del nostro Paese.