Antonio Manzini e le indagini di Rocco Schiavone

Un uomo cammina in corridoio; è veloce e calmo insieme, sembra alla ricerca di qualcosa, alla ricerca di una novità, un appuntamento, una risposta, e sfida se stesso tra la gente come se potesse essere solo davvero, al buio.

Potrebbe essere Rocco Schiavone, con il colletto del Loden alzato, per le vie di un’Aosta ostile, solo a brontolare per il freddo e le persone, a cercare sì risposte ai dubbi, ma già desiderando la fuga, l’evasione dai pensieri e dalle malinconie, che sia la fuga in una canna solitaria nel suo ufficio, oppure su un’isola deserta al caldo e in silenzio.

Potrebbe essere lui invece è Antonio Manzini, la sua penna, il suo papà, e siamo al Salone del Libro di Torino: mentre lui cerca lo stand di Sellerio Editore, la casa editrice che è marchio di garanzia per il giallo all’italiana fatto bene, il lettore lo guarda e si affretta a pensare una domanda intelligente, almeno una, per rubare spazio alla sua fretta, e lei non viene, perché il lettore in fondo desidera sapere una sola cosa.

Lo guarda, cerca una sensazione, trova qualcosa dentro di sé, e poi vince la curiosità – come sempre, spinge e vince lei – già a spiare le montagne, già con la mente al folle gruppo del vice questore Schiavone. Tra mille libri, tante storie, segnalibri, matite, parole, racconti e pagine, nuovi amici, fantasie, vince la curiosità con una nuova domanda: quando il prossimo episodio di Schiavone & company?

Alla domanda, per ora, non c’è risposta precisa: ciò che resta al lettore è la simpatia di un autore complesso e completo, bravo a colorare le storie e i suoi personaggi di sensazioni umane e carezze, ancora più bravo a immaginare e cucire casi dove al centro pulsa l’uomo e i suoi demoni più grandi, nel freddo del nord d’Italia e nella città eterna, la sua Roma bella. Aspettando il prossimo, possiamo solo fare una cosa: recuperare la serie e viverla, riviverla, perdersi nelle tantissime pagine di una storia.

Aosta

Pista Nera, Antonio Manzini, Sellerio Editore Palermo.

Aosta è il luogo del corpo, un luogo di neve e vento, di persone nuove, spesso sole, a volte sotterrate in un segreto, Aosta è il luogo dove lui è fuori posto, dove gli abiti non trovano pace e si rovinano nella neve quando si scioglie, finiscono in pezzi nel loro essere inadeguati al cambiamento. Alza il colletto del Loden lui, compra nuove Clarks e sposta gli occhi dalle montagne, dal gelo di quel posto che vorrebbe riuscire a cancellare, odiandolo un po’. 

Si perde nelle donne, che lo assecondano, lo desiderano, chiedono presenza e intanto gli danno quello che vuole, tra la Questura e un’indagine, tra la curiosità, la sua bravura, e la voglia di mettere le mani su chi uccide e toglie la vita. Poi, la sera torna a casa da Marina, la moglie eterea e quindi perfetta nel ricordo, la persona intorno la quale ruota la sua vita di uomo e di poliziotto, il nome che richiama tutta una vita e il suo passato nella capitale dove il respirare era scandito e rallegrato dai tre amici fedeli che impareremo a conoscere tra le mille e più pagine di questa serie: Sebastiano, Furio e Brizio.

«Il materasso è comodo. Ma il letto è gelido. Mi appiccico a Marina. Cerco un po’ di calore. Ma la sua metà è gelata come la mia. Chiudo gli occhi.»
da Pista Nera, I volume della serie.

Roma

Roma è il luogo del cuore, sono entrambi spezzati: vorrebbe tornare lì, nella capitale della sua vita, a sette anni prima, quando tutto era perfetto, prima che qualcosa interrompesse la vita e il cuore. Un cuore che è malinconico, come la città eterna: torna a quello che non c’è più e manca, manca ogni giorno, in ogni serata imperfetta, nelle giornate trascinate, nelle corse curiose dietro alle donne.

Roma è lontana, eppure il centro di tutto, dove vivono i due amici del cuore, dove ci sono ancora garbugli da risolvere e ci saranno sempre, sempre più aggrovigliati. E torna quasi in ogni episodio, per graffiare un po’ la scorza del vice questore Schiavone, per creare l’intreccio della storia, per tenere il lettore in attesa e per rendere malinconica la storia e la sua pelle. 

«Di tutta la mobilia, Rocco aveva salvato solo il piccolo specchio che Marina usava per depilare le sopracciglia o togliere il trucco. In quell’ovale di vetro ci si era specchiata tante volte, e tante volte l’aveva osservata dal letto, e Rocco immaginava che, se avesse guardato bene, dietro i bordi, avrebbe trovato ancora il viso di sua moglie, convinto che la vita negli specchi continua una volta abbandonata quella terrena.»
da Le ossa parlano, ultimo volume della serie, al momento.

Chi è Rocco Schiavone?

Vecchie conoscenze, Antonio Manzini, Sellerio Editore Palermo.

Rocco Schiavone è Uno, contraddittorio, sensibile e duro, corrotto e risoluto, eppure al lettore piace, entra in empatia e prova tenerezza per il vice questore graffiato dalla vita e grezzo, disposto a tutto pur di difendere i pochi valori che porta con sé e che lo rendono complesso e galante in un mondo di spietati. Cerca un pugno se serve a capovolgere un’inchiesta, ascolta paziente il magistrato Baldi e comanda una squadra a pezzetti, scapestrata e imbranata, ma nel tempo riesce a mettere insieme i pezzi di un puzzle comico e a tratti efficace per inchiodare il colpevole.

Rocco Schiavone trova riposo nel silenzio, la città cattiva gli diventa amica e il suo ufficio con il vetro in faccia alle montagne è così vero nelle pagine del romanzo e nelle scene della serie TV che lo spettatore si sente lì con lui, piedi sulla scrivania e silenzio, a fumare la prima canna del mattino, aspirando tranquillità e la sospensione del nervoso di un lavoro che non lascia mai tranquilli in una vita dispettosa. Fuma la noia e la giornata appena cominciata e prova a cancellare la malinconia: la solitudine è il luogo dove spera di trovare se stesso, dove prova a nascondersi, come tutti, quando qualcosa spezza le sicurezze e diventa solo peso da sopportare.

La compagnia di Rocco

I compagni di viaggio, i colleghi e amici di Schiavone, raccontano dei tipi ideali, rappresentano un mondo a sé fatto di sfumature vere, di graffi visibili attraverso le parole nere su bianco delle pagine, graffi rossi come il sangue a volte, graffi che nel tumulto di un caso di omicidio vanno nascosti, dimenticati, messi in standby dal cuore e dal pensiero in astinenza di sonno e di calma. Ecco che sfiorando questi graffi, al lettore viene spontaneo provare quel sentimento raro che stiamo dimenticando: l’empatia, la tenerezza condivisa. E in fondo basta lei a far venire voglia di un vero abbraccio per loro, piccole anime un po’ perse.

Giovani e acerbi alcuni, già stanchi e con anni di noia addosso altri, persi nel gioco d’azzardo, con le donne, in nuove paure difficili da osservare allo specchio, persi in un luogo freddo dove Rocco inventa per loro nuove parolacce, dà una nuova forma alla neve, più difficile, più temuta forse, cattiva e sempre bianca anche quando è sporca di sangue e cattiveria, per colpa di chi continua a uccidere per vendetta, per soldi, per amore e le sue sfumature.

Schiavone arriva nel gruppo per mettere un punto e a capo: così ognuno di loro un po’ cambia e si avvicina oppure si allontana dal centro di tutto che è il modus operandi del nuovo Vicequestore, è il suo modo di contrastare eppure unire, il modo di fare scontroso con chi si nasconde e docile con chi ascolta. Il lettore è così rapito dai tanti capitoli della serie, perché ancora vuole leggere di Baldi e Rocco, solitari e misteriosi a camminare per i luoghi di un’Aosta nascosta, bravi a cercare le parole per diventare quasi amici e divertirsi un po’ in quel triste e tormentato lavoro che è il cercare un assassino e sciogliere i gomitoli di un’Italia poco trasparente. Il lettore si affeziona a D’Intino e De Ruta, fa il tifo per loro, e un po’ si distrae dagli indizi, dal colpevole e le sue motivazioni, per curiosare ancora tra le lenzuola di Rocco Schiavone e i segreti dei suoi aiutanti.

L’evoluzione della storia punta i riflettori su due personaggi che ho apprezzato moltissimo: il sostituto capo della Scientifica Michela Gambino e il patologo Alberto Fumagalli. Come nelle migliori storie romance, all’inizio si odiano, e litigano invece di accarezzare come si deve una scena del crimine, poi s’incontrano nel mezzo, nelle passioni condivise e nella loro folle genialità.

Le indagini

Ogni caso è un campo di battaglia ed è il centro del romanzo: per Rocco è il pezzo di un puzzle più ampio, la sua vita, fatto di tormento, passato, giochi di potere, corruzione, tradimenti e amore. Il reale centro della storia pulsa per le vie di una Roma bugiarda e a pezzi, che lui ancora prova a ricostruire, per capire, per punire, per liberare se stesso e Sebastiano da quella sete di vendetta che toglie il respiro.

Tradimento, Amicizia, Curiosità e Simpatia, Parolacce quanto basta, e tanta Malinconia, quella che Rocco sembra avere appiccicata addosso e sembra essere bravissimo a spalmare intorno, per creare storie più reali, per far sentire il profumo di sporco e sottolineare quanto l’uomo sia  il miglior nemico di se stesso: ecco gli ingredienti della storia e così si crea subito empatia con la squadra e voglia di continuare a leggere di loro.

Le rovine della città aspettano il momento giusto per essere Malinconia e colonna sonora di storie di vita e d’amore: intorno c’è il canto dell’assiolo e profumo di tiglio, così possiamo immaginarle, pensieri e parole mai dette, persone smarrite, nuovi dubbi e pietre, erbaccia, fiorellini e altri colori, eppure nulla distrae un’emozione quando accende le luci nella notte senza chiedere aiuto all’elettricità.

Lì Rocco incontra il ricordo di Marina, gli amici di Roma in un saluto affettuoso e duro fatto di aiuto e comprensione, i suoi compagni goffi e imbranati, alcuni sbagliati e ingarbugliati, lì incontra Gabriele, il ragazzino pieno di pasticci e tenerezza per lui, il bambino che diventa grande e fa il Vicequestore più morbido, nella presenza e nella sua mancanza.

Il lettore s’innamora di Rocco Schiavone perché è esplicito, perché rappresenta Verità, e perché ha più difetti che pregi, forse, ma ogni singolo graffio è la traccia di una sensibilità: tutte le mattine entra in Questura e aspetta il gruppo, il passo svelto verso un buco di ufficio, uno sguardo al cartellone che tutti insieme si compila poco per volta con l’elenco delle “rotture di coglioni”, ognuna al suo livello, ognuna con il suo peso e il suo contrario nelle giornate fredde quando borbottano: al più alto livello, vicino al nervoso e a tutto il contrario della pazienza, ecco l’omicidio, naturalmente, che Schiavone è bravo a risolvere trovando nelle tasche intuito e genio ma soprattutto una sensibilità che lo avvicina alle persone, soprattutto alle più ingarbugliate.