La zingara sognante: Anna Maria Ortese

Terza donna ad aver vinto il Premio Strega.

La vita

Anna Maria Ortese nasce a Roma nel 1914 in una famiglia numerosa, composta da cinque fratelli ed una sorella. Durante la sua vita si sposterà spesso e tanto, a causa dell’avvento della Prima Guerra Mondiale per cui suo padre sarà chiamato ad unirsi all’esercito. Trascorre la sua infanzia e adolescenza a Napoli, città che segnerà profondamente il suo vissuto. E’ stato a causa del dolore provocatole dalla morte di uno dei suoi fratelli, che Anna Maria Ortese comincia a scrivere.

Pubblica, infatti, una serie di poesie sulla rivista L’Italia Letteraria e, da quel momento in avanti, decide di dedicarsi pienamente al mestiere di scrivere. Qualche anno più tardi anche il suo gemello perde la vita, pugnalato in circostanze non molto chiare e, in seguito, insieme alla sua famiglia si sposta in varie città come Firenze, Trieste e Venezia. A Trieste partecipa e vince i Littoriali Femminili, grazie ai quali collaborerà con varie riviste importanti.

Il ritorno a Napoli

«Ho abitato a lungo in una città veramente eccezionale. Qui, (…) tutte le cose, il bene e il male, la salute e lo spasimo, la felicità più cantante e il dolore più lacerato, (…) tutte queste voci erano così saldamente strette, confuse, amalgamate tra loro, che il forestiero che giungeva in questa città ne aveva (…) una impressione stranissima, come di una orchestra i cui istrumenti, composti di anime umane, non obbedissero più alla bacchetta intelligente del Maestro, ma si esprimessero ciascuno per proprio conto suscitando effetti di meravigliosa confusione…»

Nel 1945 fa ritorno a Napoli, città in cui si sente fortemente ispirata, quasi magica per l’autrice.
Ed è proprio qui che comincia a collaborare con la rivista Sud, insieme ad altri intellettuali che, in seguito alla pubblicazione de Il Mare non bagna Napoli, l’allontaneranno per questo libro così vero, così spietato nei confronti dell’amata città. La sua opera viene accolta in modo pessimo, al punto che si vede costretta a cambiare nuovamente vita e a ricominciare per l’ennesima, insieme a sua sorella, a Rapallo, in  Liguria.
L’allontanamento forzato da Napoli l’ha segnata in maniera dolorosa e, di questo, ne farà presente anche nelle opere successive, come Il porto di Toledo e Il Cardillo Addolorato.

Il realismo e la magia

Ortese aveva un animo profondamente gentile, sofferente e ricco, proprio perché la sua vita è stata segnata da una serie di lutti, sradicamenti o spaesamenti, che si sono ripercossi inevitabilmente sulla sua produzione letteraria, la quale risulta essere estremamente malinconica.
Leggendo le sue opere non si può non essere colti da un profondo senso di tristezza e di vertigine come accade proprio alla bambina protagonista del racconto che apre Il mare non bagna Napoli.

Eugenia, a cui mancano nove diottrie, è una bambina che vive in un quartiere molto povero in cui la sua famiglia fatica a tirare avanti. Nonostante questo è una bambina felice, vivace, innocente, che sembra non essere ancora stata toccata dallo squallore che le sta intorno, forse proprio perché non vede bene.
Riesce ancora ad essere entusiasta delle novità, finché la sua mamma non torna con gli occhiali e lei vede tutto, vede fin troppo e una sensazione di vertigine la porterà a sentirsi male, a vomitare tutto, perché il mondo non è come lo immaginava, non è immerso in quell’azzurro che aveva intravisto dall’alto del balcone della marchesa.

A questo realismo, che lei ripudia con tutta se stessa, risponde con la magia, con l’entusiasmo di una bambina, ed è per questo che nelle altre opere gli esseri umani assumono sembianze di animali, compaiono metafore complesse e simbolismi che rendono il suo stile di difficile comprensione per il grande pubblico.

Il mare non bagna Napoli

Il mare non bagna Napoli è una raccolta di racconti e reportage che fu pubblicato nel 1953. Il libro contiene cinque racconti, di cui il più famoso è Un paio di occhiali, seguito poi da Interno Familiare.

Oro a Forcella e La città volontaria sono invece dei reportage giornalistici condotti dall’autrice che descrivono la realtà napoletana del dopoguerra. Mostrano la condizione di povertà e degrado in cui vivevano gli esclusi, cui Ortese ha dedicato la sua completa attenzione in ogni sua opera.

Mentre l’ultimo racconto, quello peggio accolto dai suoi contemporanei, Il silenzio della ragione è un finto reportage in cui parla degli intellettuali progressisti e amici che avevano collaborato con lei nella rivista Sud. Di essi Ortese cita nomi e cognomi, spinta da Elio Vittorini – come lei stessa dichiara in un’intervista a Nello Ajello ne la Repubblica – perché se non avesse fatto i loro nomi i suoi ricordi avrebbero perduto di senso.

Nonostante questo, però lei stessa si dimostra pentita e addolorata per la scelta compiuta, poiché non si aspettava una reazione tanto forte da parte degli intellettuali napoletani. Nella prefazione alla nuova edizione dell’opera sembra quasi arrivare a giustificarsi, poiché spiega di essersi fatta travolgere un po’ troppo dal suo male di vivere, dal suo odio per quella realtà così deprimente, senza pensare a cosa sarebbe potuto succedere.

“ Se ho usato toni eccessivi è perché eccessiva era la realtà che vedevo. Nel descrivere i Granili non potevo servirmi di altre parole. Dovevo usare matite forti, altrimenti quelle scene sarebbero scomparse dalla letteratura. E dealla vita, che è lo stesso. La vita è come se non ci fosse. Non lascia segni. La letteratura, quella sì che ne lascia. “

Una Napoli allucinante

Al di là delle polemiche, Il mare non bagna Napoli resta un’opera scritta da un’autrice che non avrebbe mai potuto essere contro la città. La descrive in maniera dura, è vero, ma si tratta di una durezza tipica di chi Napoli la vive, la conosce profondamente, e che non vorrebbe fosse così malmessa. Napoli appare in tutta la sua decadenza angosciante, asfissiante popolata da esseri umani che si muovono e vivono per inerzia, dove ci sono bambini dalla salute cagionevole e altri che invecchiano prima del tempo.

Case umide, vecchie, addossate in cui vivono più persone di quante in realtà ne possano entrare e anche quando sembra che ci sia qualcuno che è riuscito ad uscire dai bassi fondi, in realtà resta comunque insoddisfatto della vita, perché costretto a farsi carico dell’intera famiglia, senza poter vivere la vita che si sperava, come nel caso della protagonista di Interno Familiare.

Sembra che questa gente non conosca altro che questo, che la bella vita a Napoli non sia possibile, non hanno speranze, ed è come se vivessero nelle profondità di un pozzo buio e profondo, senza possibilità di risalire in superficie.

Sono racconti dolorosi, allucinanti ma che sono belli proprio per il loro modo di colpire la sensibilità di chi li legge. Sono belli perché fanno male, forse perché in essi vi è, ancora oggi, qualcosa che ci permette di fare dei paragoni con la realtà presente. Perché quella Napoli del dopoguerra ha lasciato la sua eredità in quella del post pandemia, nei vicoli più nascosti in cui le case sono ancora molto piccole e i loro abitanti fanno il possibile per tirare avanti.