Anime di vetro: Una sala di specchi di Robert Stone
Una sala di specchi, romanzo d’esordio di Robert Stone, è la storia di anime di vetro fragilissimo, spesso rotte, spesso spaccate, nella New Orleans degli anni Sessanta. Pubblicato da minimum fax e tradotto da Dante Impieri, Una sala di specchi ci porta in un’America che resta fuori dai rotocalchi e che, in un certo senso, ci destabilizza, perché non è quel che vorremmo vedere o, perlomeno, quello che ci aspetteremo. Ci mette davanti, con feroce ironia, le brutture e le storture di quello che resta sotto le luci del successo, le vite sempre più frammentate di chi resta indietro, fuori dal palcoscenico.

Fuori dalle luci: Rheinhardt, Geraldine e Rainey
Fuori dalle luci hollywoodiane con cui, in fondo, il lettore europeo è abituato a intravedere l’America degli anni Sessanta, in una New Orleans cupa e decadente, incappiamo in Rheinhardt, brillante clarinettista caduto in disgrazia, costretto a vivere di espedienti nel ricordo, lontano, di una carriera sfumata a causa del suo alcolismo. Lì si lega a Geraldine, una ex prostituta sfregiata, giovanissima e in fuga passando dal Texas, al Missouri, a New Orleans. Rheinardt, tra la necessità di far quadrare i conti e le parole dell’improbabile predicatore Farley, accetta, contrariamente ai propri principi (e a quello che anche noi, leggendo, ci aspetteremmo), un lavoro come commentatore per una radio di estrema destra.
L’altro grande protagonista di Una sala di specchi è Rainey, il vicino di casa di Rheinardt, fresco di incarico in un ufficio municipale, preposto al miglioramento delle condizioni di vita dei meno abbienti. Nonostante le buone intenzioni, Rainey si accorgerà presto di diventare progressivamente un burattino nelle mani di politicanti senza scrupoli, votati a eliminare la partecipazione della popolazione nera di New Orleans a qualsiasi programma di sostegno.
Le loro vite si intrecciano continuamente, in una discesa verso lo squallore di chi, nonostante contrario alle smanie suprematiste, non riesce a opporvisi: sia Rheinardt che Rainey non hanno la forza degli eroi, né la volontà degli uomini giusti. Non sono persone cattive o senza scrupoli, ma nella loro assenza di resistenza si cela il disfacimento.
Il lato oscuro dell’America
Una sala di specchi è il primo romanzo di Robert Stone. Pubblicato sul finire del 1966, contiene già molto delle cifre stilistiche dell’autore, tra tutte, probabilmente, l’intrecciarsi delle vite dei protagonisti, ciascuno in cerca di un brandello di significato che sembra sempre irraggiungibile, sballottati da una serie di eventi su cui non hanno alcun controllo e che, viceversa, li trascinano sempre più a fondo. Un po’ come avviene anche in Dog Soldiers, fin dall’inizio sappiamo che la narrazione proseguirà inesorabile verso un epilogo apocalittico.
Stone rappresenta, tra le pagine di Una sala di specchi, il lato oscuro dell’America, uno spaccato vividissimo della sua contemporaneità: il razzismo, l’alcolismo, il suprematismo bianco. I tre protagonisti, Rheinardt, Rainey e Geraldine, sembrano sempre inseguire un sogno che non raggiungono mai, anche se i sogni diventano, disperatamente, sempre più piccoli: restano, comunque, irraggiungibili, all’interno di una città che evoca solo marciume e miseria, non solo economica ma anche (e soprattutto) morale.
Specchi rotti
Stone ci racconta, senza risparmiarci particolari, vicende drammatiche ed esilaranti, ironiche e feroci, in un mondo di sconfitti e derelitti destinato, comunque, a cadere nel baratro. Eppure, tra questi specchi decisamente rotti, non possiamo fare a meno di incappare in spaccati dolorosamente teneri, in cui siamo portati a empatizzare con le disperate anime di vetro che popolano queste pagine, anche se restano a sguazzare nelle loro miserie. Stone ci ricorda che la corsa al sogno americano lascia anche questo, sul campo di battaglia. Sull’altare sacrificale dell’American Dream restano le vittime di chi non è riuscito nella corsa della vendita (disumana) del proprio talento.
Non c’è la volontà di imporci il riconoscimento di una qualche bellezza estetica o morale che sia, non c’è una volontà di indorare la pillola, di imbonire il lettore con una falsa redenzione. Stone, nel nostro mondo di specchi rotti, ci ricorda che le storie non sono un lusso che possiamo concederci, ma sono qualcosa che dobbiamo abitare, riconoscere, avendo anche il coraggio di cantare la disillusione prima che la ricerca spasmodica di un sogno diventato incubo ci soffochi. Solo così, forse, potremmo scoprire che il mondo forse non è il carnevale o il paradiso che ci eravamo raccontati, ma dove possiamo comunque ritagliare un posto che sia nostro, dove costruire, e non cedere alla disperazione.
«Voglio capire la solidarietà umana», disse Rainey. «Voglio sapere cos’è. E dove si trova la mia, e come posso fare a non perderla, una volta trovata». «E quindi?», incalzò Rheinhardt. «Vorrei capire la differenza tra una strada piena di gente e una vuota».