Amatissima di Toni Morrison: tra fantasmi del passato e ombre del presente

Sapeva esattamente quel che Sethe voleva dire: arrivare in un posto dove uno poteva amare ciò che voleva – senza dover chiedere il permesso di desiderarla – bè, ecco, quella sì che era libertà.

Amatissima di Toni Morrison è certamente un romanzo che potremmo definire sfidante: stratificato, complesso e onirico, si impone ai lettori per potenza narrativa e per la storia possente su cui tutto il romanzo viene costruito con raffinatezza e con incisività dall’autrice premio Nobel.

Le vicende di Sethe, donna indomabile e forzosamente domata, con il corpo e l’anima piagati dalla schiavitù, si stagliano con umile e dignitosa fierezza sullo sfondo della segregazione razziale e della schiavitù e si intrecciano con le vicende di un’America che, negli anni terribili della Guerra di Secessione (1861-1865) e nell’immediato periodo post-bellico, fa i conti con la propria Storia.

Il caso di cronaca realmente verificatosi – quello di Margaret Garner, macchiatasi dell’omicidio di sua figlia, così drammaticamente sottratta alla violenza della schiavitù – rappresenta il pretesto per poter restituire ai posteri una prova d’autore che la consacra in quanto autrice di spicco della letteratura afroamericana della seconda metà del Novecento.

Un romanzo dal genere di difficile attribuzione

Anche solo vagando online ci si rende conto che Amatissima risulta essere fin da subito difficilmente inquadrabile: ci muoviamo tra il realismo magico e il romanzo storico-sociale, con un’incursione decisa nella domestic tragedy e nella narrativa post-coloniale. Ma senza dubbio Amatissima viene considerato da molti come un fulgido esempio di romanzo riconducibile a quel sottogenere, il gotico sudista, reso immortale dalle opere di autori e autrici come William Faulkner, Flannery O’Connor, Carson McCullers ed Eudora Welty, di cui condivide larga parte delle tematiche, a partire dalla denuncia delle condizioni in cui versavano e versano tutt’ora le minoranze etniche, vittime di violenze efferate.

In questa sinfonia e polisemia di generi narrativi, Amatissima rintraccia già un suo fascino autonomo e lontano dal sensazionalismo che – spesse volte a torto – si riconosce essere la cifra ultima del gotico sudista: l’omicidio al centro del romanzo e la successiva persecuzione ai danni della carnefice (e vittima) Sethe vengono descritti in modo non morboso, ma selettivamente scabroso e incline a suscitare una reazione diretta del lettore, i cui occhi viaggiano inorriditi e attoniti sulle pagine.

Personaggi, mondi e storie

Amatissima fonde l’analisi di un fenomeno sociale che ha così profondamente caratterizzato la storia degli Stati Uniti d’America alla narrazione delle vicende del singolo e della sua discendenza, facendo ricorso ad una serie di espedienti narrativi che, come si premetteva, appartengono all’universo del realismo magico. Tra essi certamente spicca la modalità mediante la quale ci viene reso il personaggio di Beloved, la cui figura ricorda e allo stesso tempo si distanzia da quella della figlia di Sethe, perita per sua mano e per esplicita volontà.

Beloved è una figura inquietante, che monopolizza la narrazione attirando le attenzioni del lettore su di sé. La sua presenza è costante, anche in quelle scene in cui ella non è coinvolta in prima persona. Il suo spettro rappresenta non solo la defunta figlia di Sethe, ma la sua incapacità di elaborare l’enormità di esperienze traumatiche vissute durante gli anni di schiavitù. Come sottolineano a più riprese i personaggi che si avvicendano nella narrazione, quella di Sethe è mera sopravvivenza, poiché ancora intrappolata in un passato impossibile da dimenticare.

E, in tutto questo, attorno alle due donne, come in un sinistro carosello si muovono personaggi come Baby Suggs, capostipite ideale di questa schiera di personaggi femminili, Denver – l’altra figlia di Sethe – e Paul D, amante fedifrago della protagonista e altro personaggio perfettamente incarnante il trauma della schiavitù.

Memoria e perdita, lutto e separazione

Non era una storia da tramandare? Così la dimenticarono. Come si fa con un sogno spiacevole durante un sonno penoso.

A governare le sorti dei personaggi e a gravare su tutto il romanzo, come un nocchiere impietoso, è certamente il destino, le cui principali direttive sono la separazione dalle persone care – e il senso di separazione che ne deriva – e il ricordo, spesso tutt’altro che rassicurante e benefico, della loro presenza sulla terra.

Sethe fugge dalle piantagioni che l’hanno vista schiava, alla ricerca di una libertà che sembra non appartenerle di diritto e che si palesa di fatto come irraggiungibile ed estranea, desiderosa di migliorare la propria condizione, per sé e per quella figlia che sarà costretta ad uccidere, sottraendola a chi, sulle sue tracce, l’avrebbe resa schiava come lei. A sopravvivere è Denver, l’altra figlia di cui, al momento della ricattura, era in attesa: Denver assurgerà a ricordo e testimonio perenne del passato che la tormenta, il sigillo di una colpa che si concretizzerà con Beloved, sinonimo di una perdita incolmabile e di un dolore bruciante che non conosce lenimento.

Come accennato, Beloved è una presenza costante nella narrazione, anche da prima della sua comparsa. Ella abita la casa, abita le menti delle protagoniste e le ingabbia in un passato dal quale non riescono a fuggire. Nella figlia drammaticamente uccisa dalle sue stesse mani, Sethe vede l’incarnarsi tutto quel dolore che non può lasciar andare, e che appesantisce la sua esistenza.

L’intera opera di Morrison si impernia e ruota attorno a climax ascendenti e discendenti: i figli tornano a casa – o così pare -, ma la trovano distrutta e rasa al suolo. Della vita passata non resta nulla, se non quel senso di prostrazione dinnanzi all’ineluttabilità crudele di un Fato avverso.
Nell’universo di Amatissima, dunque, i personaggi, in piena continuità con un romanzo di Carson McCullers, restano degli emarginati ed essenzialmente degli sconfitti.

La scelta di una protagonista femminile

Nei suoi romanzi, Toni Morrison predilige le donne nere come protagoniste. La scelta è dettata dalla forte intersezione che l’autrice – esponente del femminismo intersezionale – osserva nelle dinamiche di oppressione. Se le donne bianche hanno sempre trovato meno spazio nella narrativa, le donne nere hanno dovuto fronteggiare una discriminazione ulteriore, che le ha relegate per secoli ai margini della società, oppresse da un sistema di potere razzista e misogino.

La scelta della Morrison non deriva da una mera preferenza, bensì essa assurge ad atto politico rivoluzionario vero e proprio; finalmente, dopo secoli, viene restituita alle donne nere quella centralità che non le aveva mai viste protagoniste. La narrazione è nelle mani degli oppressi, e non degli oppressori, trasformando un singolo romanzo in un atto di resistenza a un sistema di oppressione sistematico.

La storia di Sethe non è solo un romanzo, ma è la denuncia del passato coloniale e insanguinato degli Stati Uniti, del quale si parla ancora troppo poco.

L’autrice

Toni Morrison, pseudonimo di Chloe Ardelia Wofford (Lorain, 18 febbraio 1931 – New York, 5 agosto 2019), è stata una delle più importanti scrittrici statunitensi, prima donna afroamericana a vincere il premio Nobel per la letteratura nel 1993. Le sue opere hanno avuto un ruolo centrale nella diffusione della storia della comunità nera statunitense, dando finalmente voce alla silenziosa – e dolorosa – esperienza delle persone razzializzate. Nelle sue opere vive l’intersezione fra appartenenza etnica e di genere, preferendo narratrici e protagoniste donne.

Ad oggi, le sue opere rappresentano uno dei migliori esempi di narrativa postcoloniale.

Questa recensione è stata scritta a quattro mani da Margherita Fidenzoni e Paolo Lillini.