Addio a Paul Auster, scrittore postmodernista

Stavo cercando un posto tranquillo per morire.

Paul Auster, Follie di Brooklyn

Paul Auster è mancato nella notte del 30 aprile 2024 a 77 anni, e questo “posto tranquillo” è nel cuore di noi lettori, adesso in tempesta. In tanti amiamo la sua arte e corriamo dietro alle sue parole: parleremo di lui al presente, per sempre. 

Continua a vivere e a gironzolare in posti tranquilli grazie al suo genio e a storie immense dove non esiste Paura. 

Nessuno è mai stato me. Può darsi che io sia il primo.

Paul Auster, Il libro delle Illusioni

L’uomo

L’autore nasce a Newark il 3 febbraio del 1947 in una famiglia benestante. Cresce nei sobborghi di un’America in mutamento e, come lui stesso racconta, nella vita sarà “ebreo ma ateo”. La sua adolescenza è graffiata da spostamenti, case sempre più grandi e prestigiose. Poi c’è la nascita di una sorellina con gravi problemi psicologici e la fine del matrimonio dei genitori. 

Paul Auster

Inizia a viaggiare e a curiosare il mondo, s’innamora dell’Europa e di Parigi. Qui vive per tre anni, città che torna meschina e affettuosa nelle pagine dei suoi romanzi. Poi arriva la laurea e il ritorno in patria, l’inizio di un viaggio come scrittore di articoli, recensioni di libri e poesie. Stringe nuove e importanti conoscenze in ambito letterario grazie al padre, insegnante di Letteratura. 

Intanto, l’amore. Nel 1966 sposa la sua prima moglie Lydia Davis, anche lei scrittrice, e anni dopo nasce il primo figlio, Daniel, ragazzo dal recente triste destino. 

Nel 1978 divorzia dalla moglie e lo stesso anno incontra Siri Hustvedt che diventerà sua compagna di vita e seconda moglie nel 1981. Con lei diventa papà di una bambina, Sophie, oggi celebre cantante. 

Hustvedt, anche lei scrittrice, pubblica nel 2003 Quello che ho amato e lo dedica a Paul Auster. È lei a dare l’annuncio della malattia dell’autore, bloccando il cuore di chi negli anni si è affezionato all’uomo, alla penna, al genio che è Paul Auster. 

Lo scrittore

Il doppio di queste frasi non sarebbe sufficiente a raccontare la vita e lo sguardo di uno scrittore che negli anni ha saputo riscrivere sé stesso e il modo di fare letteratura. Mai premio Nobel, viene insignito di numerosi premi negli Stati Uniti, in Francia e in Spagna come autore straniero. Nel 1996 vince il John William Corrington Award for Literary Excellence. Il romanzo Il libro delle Illusioni viene premiato in Spagna come miglior libro dell’anno al Madrid Bookselles’ Guild’s Award e arriva finalista a Dublino all’International IMPAC Dublin Literary Award. 

Nel 2003 diventa membro dell’American Academy of Arts and Sciences

È considerato un postmodernista. La sua scrittura è diretta, incisiva e poetica. Ha uno stile appuntito e libero, devoto al raccontare le nevrosi e la solitudine dell’uomo moderno. Ha creato storie e personaggi andando oltre i limiti. La percezione del lettore è precisa. Esiste la follia degli uomini e la vita è ricca di pensieri disgustosi e fermarsi prima di accettarli è come vivere da ciechi. Paul Auster riconosce il brutto e s’inchina al suo cospetto: lo racconta in maniera sublime e spietata. 

La paura è una cosa buona […]. È la paura che ci spinge a correre dei rischi e ad andare al di là dei nostri normali limiti, e qualunque scrittore che senta di muoversi su un terreno sicuro difficilmente produrrà alcunché di valido.

Paul Auster, Invisibile

L’invenzione della solitudine

Nel 1982 pubblica L’invenzione della solitudine, romanzo autobiografico e saggio insieme. È un delicato viaggio nel complesso rapporto con il padre, la cui morte era avvenuta nel 1978 imponendo una frattura allo scrittore. La scrittura è il luogo in cui è inevitabile provare solitudine. Forse chi ne ha il coraggio, trova nel suo profondo la stessa forza per scrivere. 

Paul Auster di certo ne ha trovata molta.

Qui racconta la tristezza per una sorella con il male di vivere, un disturbo che è presto riconosciuto come psichiatrico, ma a lungo sminuito dal padre. Affronta con pazienza il difficile legame con una figura maschile potente che “per tutta la vita restò altrove, fra un posto e l’altro”. 

L’opera ha le sembianze di una confessione e a tratti di una lunga lettera di addio al ricordo di un uomo mai affettuoso. Sono pagine da scrivere con urgenza e gettare nel mondo per superare il vuoto. Il lettore trova tutta la bellezza della sua penna e la forza che ci si aspetta da “il libro della memoria”, titolo della seconda parte del libro. 

Ecco la prova:

In che momento una casa cessa di essere una casa? Quando il tetto viene scoperchiato? Quando si abbattono i muri? In che momento si trasforma in un ammasso di macerie? È soltanto diversa, diceva lui, non ha niente che non va. Poi un giorno finisce che le mura della casa crollano: ma basta che la porta sia ancora in piedi e non devi far altro che oltrepassarla per poter essere di nuovo dentro. È carino dormire sotto le stelle. Pazienza se piove. Non durerà a lungo.

Timbuctù

Parlare di lutto è sicuramente qualcosa che molti scrittori fanno. La vita e la morte sono aspetti spesso indagati e ripercorsi con le parole. Quello che, però, fa Paul Auster con Timbuctù è su un altro piano. 

In poche pagine, all’interno di un romanzo che è quasi un racconto breve, rappresenta l’amore più puro, quello di un cane, Mr Bones, per il suo padrone un po’ malandato, Willy, e lo fa immedesimandosi nell’animale. Quella che leggiamo è una storia di un’amicizia che deve confrontarsi con il lutto, con la perdita di un riferimento saldo. Mr Bones dovrà imparare pian piano a farcela senza Willy, con la speranza di potersi ricongiungere poi in quel paradiso che risponde al nome di Timbuctú. 

Chiudere un’anima in uno scatolone buio non è giusto. È quello che ti fanno quando muori, ma finché vivi, finché ti resta dentro un po’ di energia hai l’obbligo verso te stesso e quanto c’è di più sacro al mondo di non cedere a queste umiliazioni.

Quest’opera, poco conosciuta e poco letta purtroppo, rivela l’anima immensa e profonda di un autore che sapeva scendere nell’animo e dar voce e pensiero a quel voler bene che solo gli animali sanno provare.

4321

L’opera più consistente di Auster è del 2017 e ha richiesto all’autore tre anni di vita: 4321.

4321 è il romanzo delle sliding doors e delle infinite possibilità. La storia della famiglia Ferguson, di origini ebree ma trapiantata a New York, è raccontata tramite la voce di Archie, il giovane protagonista. Il romanzo ci prospetta quattro diverse possibili strade che la vita di Archie avrebbe potuto prendere. Esaminando le fasi più critiche della sua vita, ci racconta la sua nascita, si sofferma su infanzia e adolescenza (i cardini di un romanzo di formazione), per poi arrivare all’età adulta.

In 4321 è la vita a farsi beffe del protagonista, e il lettore è incredulo. È tutto così semplice, vero, spietato: cadere dall’albero cambia la vita, gesti e azioni quotidiane modificano il corso degli eventi e Archie, lo splendido protagonista, non si accontenta di una vita e ne attraversa quattro. 

Paul in sottofondo sussurra che una sola esistenza non è sufficiente per scoprire la meraviglia e il disgusto del vivere, tutto insieme, in quel calderone magico che ci fa sentire reali. Ogni personaggio sembra reale e Archie ne è il paladino più coraggioso. 

Auster non pone il lettore di fronte a delle scelte poiché neanche il protagonista le ha, si tratta di abbandonarsi ciecamente al destino e farsi condurre dove intende portarci. Il risultato è quello di conoscere, a fine lettura, quattro persone diverse ma avere il sentore che tutte e quattro abbiano degli elementi in comune sia tra loro che con noi lettori, una magia più unica che rara.

Tra le cose strane che aveva scoperto di sé stesso, era che sembravano esistere tanti Ferguson, che lui non era una sola persona ma un insieme di identità contraddittorie, e ogni volta che era con una persona diversa era diverso anche lui.

4321 non è solo un romanzo che tratta il coming of age di un giovane americano qualunque, ma lo specchio in cui chiunque può rivedere parti della sua vita, le persone incontrate, i treni persi, le scelte non fatte e i risultati ottenuti. È una metafora della vita umana molto vicina alla realtà, scritta da una penna sublime, accompagnata da un’ottima traduzione a cura di Cristiana Mennella per Einaudi editore. Un’avventura consigliatissima.

Paul Auster è mancato, ma noi continueremo a trovarlo tra le pagine dei (per fortuna tanti) romanzi che ci ha lasciato.

Articolo a cura di Bettina Delia, Anna (lantrodianna) e Elisa (liberincatatio)