Accadde il primo settembre: storia di tre vite in attesa

Accadde il primo settembre (o un altro giorno), opera dello scrittore slovacco Pavol Rankov, tradotto da Alessandra Mura ed edito da Safarà, è la storia di una piscina. Meglio, è la storia di una gara di nuoto continuamente rimandata. Anzi, è una storia d’amore giovanile e competizione, in cui tre amici, Ján (soprannominato Honza), Peter e Gabriel, sono innamorati della stessa persona, Mária Belajová. Meglio ancora: è la storia di vite interrotte e messe in attesa. Continuamente. Ma andiamo con ordine, come va in ordine questo libro, diviso in episodi annuali, dal 1938 al 1968, dalle prime ombre della Seconda guerra mondiale alla Cecoslovacchia di Dubček, accomunati da un’unica costante: iniziano, accadono o comprendono il primo settembre.

L’importanza del dove prima del quando: Levice

La storia (o, meglio, le storie) inizia a Levice, in un giorno di sole, il primo settembre del 1938, ma, in fondo, potrebbe accadere in molti altri villaggi di una frontiera spaesata, in uno degli angoli del vecchio impero asburgico, in una più o meno tranquilla mescolanza di popoli, lingue e culture. Levice ha questo, di particolare: è una piccola città slovacca, vicino al confine con l’Ungheria e, come si legge già nelle primissime righe, lì “c’erano praticamente tutti: slovacchi, ungheresi, cechi, ebrei, zingari, la famiglia del tedesco Barthel e quella del bulgaro Rankov”.

Accadde il primo settembre, già dalla prima pagina, ci rivela il mondo di ieri di cui Levice è tra gli ultimi epigoni: quella Mitteleuropa, quella patria hinternazionale, dietro le nazioni (dal tedesco, appunto, hinter, dietro), e sovranazionale che nascondeva al suo interno una miriade di piccole patrie. A Levice si ritrovano infinite storie che passano per innumerevoli nazionalità, città, villaggi, boschi e che, nonostante tutto, hanno un’identità comune di appartenenza.

Spesso si è abituati a identificare la Mitteleuropa con i vecchi confini dell’Impero asburgico, la realtà statica, mediocre e grandiosa al contempo di un sovrano vegliardo che si rivolge ai propri sudditi apostrofandoli “an meine Völker”, “ai miei popoli”: un’enorme varietà di popoli diversi uniti, tuttavia, da un humus culturale comune che sopravvive all’impero stesso. Un humus composto di tre anime principali, quella tedesca, quella slava e quella ebraica: la convivenza delle tre garantisce la sopravivvenza del mondo di ieri. Eppure, Accadde il primo settembre inizia proprio l’anno in cui quest’unità viene meno, ossia quando una delle tre componenti cerca di eliminarne un’altra. Il 1938 è l’anno dell’Anschluss, dell’annessione della piccola Austria postbellica al Terzo Reich, ed è l’anno delle leggi razziali.

Tre vite: Ján, Peter e Gabriel

Una gara di nuoto tra tre tredicenni e chi vincerà potrà provare a conquistare la mano di Mária Belajová. Ján, ceco, Peter, ungherese, e Gabriel, ebreo: ma la loro identità d’appartenenza non ha importanza, davanti all’amore per la compagna di scuola. Solo che, a gara quasi ultimata, Gabriel rischia di annegare e la competizione viene annullata. 

Il primo episodio si conclude qui: la Storia rimanderà continuamente la gara, così come lo scoprire chi vincerà l’amore di Mária, di anno in anno, come se un destino beffardo giocasse con la vita dei protagonisti. Anzi, forse è proprio la Storia che rincorre i tre ragazzini e li allontana dalla loro stessa innocenza: in poco più di quattrocento pagine, il lettore trova il collaborazionismo, la seconda guerra mondiale, la persecuzione degli ebrei, la Shoah, la liberazione, la nascita dello Stato di Israele, la cortina di ferro, il patto di Varsavia, l’insurrezione ungherese, l’emigrazione verso gli Stati Uniti, i primi bagliori di ciò che sarà la primavera di Praga.

D’altro canto, al fianco della Storia dell’Europa (e non solo), abbiamo le storie minute di chi si trova sempre fuori posto per colpa della propria identità: tutti i nostri protagonisti si ritrovano, in momenti diversi, a dover cambiare nome e, in fondo, anche a cercare di cambiare se stessi.

L’unica cosa che non cambia mai resta quell’amore d’infanzia, che non è mai cambiato e che, invece, sembra cambiare continuamente, e l’amicizia tra Ján, Peter e Gabriel, proprio nonostante l’amore per Mária: ci sono separazioni, ci sono scontri, sembrano persino esserci scambi di identità, ci sono strade diverse, eppure, in un certo senso, la vita porta sempre alla piscina di Levice.

Una vita irraggiungibile: Mária

Mária non fa parte della triade protagonista, eppure forse è proprio grazie a lei che Ján, Peter e Gabriel riescono a sopravvivere non solo alle vicissitudini e alla difficoltà della Storia, ma anche al rischio di perdere se stessi, come amici e, in realtà, anche come singoli esseri umani. Mária non è un personaggio perfetto, anzi, è estremamente reale: lei stessa, in fondo, fatica a scegliere fra i tre, forse non sceglie mai davvero e, quando sceglie, la vita decide altrimenti.

Eppure, la ragazzina, la giovane, la donna matura che Mária era e diventa si ritrovano in quella che, nella letteratura classica, potrebbe essere una ninfa: colei che fugge, più o meno inconsciamente, che resta irraggiungibile e a cui, però, si resta devoti. Alla ninfa, a quel simbolo forse anche dell’infanzia perduta, però, i tre protagonisti non arrivano mai davvero, restano nei “dintorni di un discorso amoroso” (come recita il sottotitolo di un bellissimo libro di Fabrizio Coscia, “I sentieri delle ninfe”). Dintorni, senza raggiungere mai una meta, senza mai essere arrivati, desiderando, sempre, ciò che in fondo si sa che non si potrà avere.

Che sia Mária o il tempo migliore che è rimasto al passato, o le cose che potevano essere e, invece, non sono state. Forse è proprio per questo che Accadde il primo settembre ha come sottotitolo “o un altro giorno”: in fondo, non è solo la storia di Ján, Peter, Gabriel o della Slovacchia, ma è una storia delicatamente e pienamente umana e, quindi, universale.