Abolizionismo. Femminismo. Adesso: Nuove prospettive

Abolizionismo. Femminismo. Adesso. è un saggio frutto della collaborazione di quattro delle più importanti teoriche degli studi di genere, Beth Richie, Angela Davis, Erica R. Meiner e Gina Dent, in Italia edito da edizioni Alegre. Quello qui presentato è un testo che si pone come obiettivo centrale proporre delle nuove coordinate all’interno di un dibattito femminista e intersezionale, che deve necessariamente conciliarsi anche con l’abolizionismo.

Abolizionismo femminismo adesso

La necessità di questo testo nasce nel 2020, dopo l’omicidio di George Floyd per mano di un poliziotto in servizio. Da qui, gli Stati Uniti sono stati costellati dalle proteste del movimento Black Lives Matter, che domandavano a gran voce il de-finanziamento delle forze dell’ordine e un rinnovo del sistema carcerario americano, ormai al collasso.

In questo clima culturale, quattro intellettuali hanno sentito la necessità di collaborare e di far sentire la propria voce. Nasce così Abolizionismo. Femminismo. Adesso.

Angela Davis, docente emerita di Studi di genere all’Università della California Santa Cruz. Una delle più importanti attiviste del femminismo nero del secolo scorso, ha scritto moltissimo circa le intersezioni fra etnia, genere e classe.

Gina Dent, docente associata di Studi di genere e legal studies nella medesima Università di Davis. Il focus della sua ricerca sono gli studi post-coloniali e l’abolizionismo, strettamente connesso alla proposta di una giustizia trasformativa e trans-nazionale.

Erica Meiners, docente di Education and Women’s, Gender and Sexuality Studies all’Università Northeastern Illinois. Anch’ella, autrice di numerosi contributi accademici e non sulla questione.

Beth E. Richie, docente di Criminologia e Black Studies all’Università dell’Illinois a Chicaco. La sua ricerca si focalizza proprio sulla violenza sulle donne nere nel sistema carcerario americano.

Cosa significa abolizionismo?

L’espressione femminismo abolizionista implica allo stesso tempo una dialettica, una relazionalità e una forma di interruzione: la convinzione che le teorie e le pratiche abolizioniste sono più convincenti quando sono anche femministe e, allo stesso modo, che un femminismo che è anche abolizionista costituisce una versione di femminismo più moderna, inclusiva e persuasiva.

In quanto tale, il termine abolizionismo nasce in seno al dibattito, nel XIX secolo, sulla schiavitù degli afroamericani e sulla loro liberazione. La scelta non è casuale: le autrici vogliono chiaramente stabilire un legame storico e ideologico con i movimenti contro la schiavitù, sostenendo che molte delle argomentazioni contro l’istituzione carceraria non siano altro che una riproposizione di quelli nati in questa occasione.

Il tema fondamentale del saggio diventa, dunque, mettere in luce quanto il sistema penale, così concepito, sia strutturalmente caratterizzato dalla violenza razzista e di genere. Ed è da qui che ne consegue l’altra considerazione, centrale per le argomentazioni qui esaminate, ossia che il femminismo può e deve essere integrato all’interno della prospettiva abolizionista.

La premessa in questione sorge su una base ideologica molto precisa, ossia la concezione di un femminismo inteso come una delle fondamentali modalità di contestazione critica del potere costituito – come scriveva in Italia Carla Lonzi nel 1970. Ed è proprio da questa considerazione che prende il via la trattazione: il femminismo, quando legato all’abolizionismo, consente la suddetta contestazione critica, focalizzandosi su come determinate forme di violenza risultino amplificate nelle carceri.

La risposta al carceral feminist

Viste le premesse, è evidente come l’obiettivo del femminismo abolizionista sia essere il femminismo più inclusivo possibile: figlio della tradizione del femminismo nero, di cui Angela Davis è fra le principali esponenti, vuole ricondurre il problema della violenza di genere a una questione di natura culturale. Non si tratta di un episodio isolato, bensì della manifestazione di una cultura che ha le sue radici in un sistema razzista e misogino ben preciso.

Abolizionismo Femminismo Adesso si pone, anche, come la risposta critica al carceral feminism; una corrente nata all’interno dei movimenti liberali bianchi che promuovevano l’incarcerazione dei colpevoli di crimini sessuali, ignorando però il complesso sistema di violenze che vede in questi crimini solo la punta dell’iceberg.

Per rispondere, dunque, le autrici fanno riferimento ai dati in seno al sistema della giustizia americano: l’intensificarsi della polizia e delle pene non è stata in grado di ridurre il tasso di violenza nella società, anzi. Anche gli stati in cui è presente la pena di morte non sembrano, in alcun modo, aver visto una decrescita dei crimini violenti. Le proposte delle carceral feminists, dunque, non sembrano aver sortito gli effetti sperati, ed è proprio da qui che parte la tesi centrale del saggio.

Abolizionismo e giustizia trasformativa

Le quattro intellettuali vogliono promuovere una nuova concezione di giustizia, che non abbia le sue radici nella vendetta e nella violenza, bensì nella possibilità di riabilitazione e della prevenzione. Agli occhi delle autrici, il metodo più effettivo per la prevenzione di qualsivoglia violenza risiederebbe proprio nel potenziare le strutture del servizio sociale. Molti dei crimini, statisticamente parlando, avvengono perché gli individui non hanno altra scelta, costringendoli così alla vita criminale. In questo modo, essi sarebbero frutto anche dell’impoverimento dei servizi di welfare e dei sistemi di cura, che hanno impoverito sempre di più le popolazioni, esacerbando quelle tendenze violente presenti in una società omofoba, razzista e profondamente misogina.

Riprendendo il concetto di capitalismo razziale di Du Bois, viene qui sottolineata la stretta correlazione fra etnia e criminalità: dopo l’abolizione della schiavitù (1865), la popolazione nera si ritrovò senza gli strumenti necessari per integrarsi nella società bianca. In questo modo, furono costretti a delinquere per mantenersi, permettendo così a quel filo rosso fra schiavitù e carcere di instaurarsi e proliferare nella società americana.

Etnia, genere e marginalizzazione sono dei fattori che non possono non essere considerati quando si parla di criminalità: sono dei fattori cruciali e imprescindibili.

Dunque, è evidente come le quattro autrici vogliano sottolineare come il carcere non sia, in alcun modo, risolutivo: esso incarcera il singolo che commette il crimine, ma non va ad agire sul problema strutturale che ha portato ad esso. In questo modo, la criminalità è destinata a ripetersi senza vedere mai una fine: l’obiettivo del femminismo abolizionista è porre una fine a questa catena infinita di violenze. E l’unico modo per procedere è andare alla radice del problema.

L’obiettivo diventa, dunque, la costruzione di reti di cura e mutuo appoggio accessibili a tutti, assieme ad una sanità e un’istruzione libera.

Per noi il femminismo abolizionista rappresenta un impegno politico che abbraccia l’idea di andare avanti su un “doppio binario” abbandonando la logica per cui uno dovrebbe escludere necessariamente l’altro insieme a un riformismo di facciata. Riconosciamo la relazione tra violenza di stato e violenza individuale e alla luce di ciò impostiamo la nostra resistenza: fornendo sostegno ai sopravviventi e pretendendo l’accountability di chi commette violenza, agendo a livello locale e internazionale, costruendo comunità senza smettere di far fronte alle necessità immediate. Lavoriamo al fianco delle persone detenute e contemporaneamente chiediamo la loro scarcerazione. Ci mobilitiamo indignati contro lo stupro dell’ennesima donna e rifiutiamo l’incremento delle forze di polizia come soluzione. Incoraggiamo e costruiamo cambiamenti politici e sociali sostenibili e a lungo termine per porre fine ad abilismo e transfobia e al contempo metodi di intervento immediati nei casi in cui la violenza si è già verificata.

L’utopia del femminismo abolizionista: sì o no?

Indubbiamente, Abolizionismo Femminismo Adesso sembra andare a proporre degli obiettivi praticamente irrealizzabili. La proposta di Davis, Dent, Richie e Meiners, al fine di poter essere realizzata nella sua totalità, richiederebbe un movimento di individui e di denaro inquantificabile, senza considerare le enormi riforme che dovrebbero avvenire in seno al sistema dei servizi sociali.

Con le condizioni che si hanno al giorno d’oggi, risulta veramente difficile immaginare un mondo come quello descritto dalle autrici, che sembra a chi legge una vera e propria utopia. Ed è proprio su questo termine che desidererei soffermarmi: Tommaso Moro, nel 1516, conia quest’espressione con le voci greche ū ‘non’ e tópos ‘luogo’, letteralmente luogo che non esiste.

Il fatto che questo luogo non esista, però, non impedisce di intenderlo come un’ideale regolativo verso cui tendere ogni giorno. Il fatto che, oggi, una società come quella descritta dalle quattro intellettuali non esista, non implica che essa non possa fungere come modello di aspirazione. E trovo che sia proprio qui la forza del testo. Quello che viene qui descritto non è il manifesto di un movimento, bensì un vero e proprio studio delle complesse dinamiche sociali che dilaniano la nostra società. In questo testo non vi è la pretesa di presentare l’assetto del futuro, bensì di porre le basi per un movimento che deve iniziare, ma che non deve mai terminare.

Il femminismo abolizionista si configura come un vero e proprio processo, destinato a perfezionarsi nel tempo: ciò che viene qui descritto deve essere il modello a cui aspirare, unico modo in cui sarà possibile iniziare a fare dei cambiamenti sostanziali nella nostra società.

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