Abbiamo sempre vissuto nel Castello: un romanzo per spiare le molte stanze della mente

Due occhi di donna osservano i colori di ogni giorno e raccontano, piano piano e con furbizia, i contorni di un castello prezioso, dove vive con la sorella, lo zio e il gatto. Il giovedì i suoi poteri sono al massimo, confida a chi voglia ascoltarla, e il martedì sfida il mondo e le persone andando in paese e ripete gesti e parole a ruota libera per proteggere il suo universo, per accarezzare la gonna ordinata e il pensiero scombinato, fino a trovare il sollievo, fino a vedere le cose e le rotelline della sua mente a posto.

Le sue mani controllano i libri mai restituiti in biblioteca e desiderano le frittelle della colazione, entrano ed escono dalle stanze, e conoscono bene il castello del suo cuore, quello al centro di una “favola sbagliata”. Il castello è lei, il castello non esiste: l’unica vera impalcatura è la sua mente, lì il lettore scopre i dettagli e i colori di una storia.

Mi chiamo Mary Katherine Blackwood, Ho diciott’anni e vivo con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l’anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore. Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leone e l’Amanita phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della famiglia sono morti

Shirley Jackson

Shirley Jackson nasce a San Francisco nel 1916 ed è considerata dallo stesso Stephen King la mamma del romanzo del mistero, un’autrice complessa e con le sfumature della paranoia, una penna che, come lui stesso ha affermato, “non ha mai avuto bisogno di alzare la voce”. Vi abbiamo già parlato di Un giorno come un altro, pubblicato in Italia nel 2023.

Ecco la sensazione di una scrittura sommessa e ricca di dettagli, colpi di scena, e precisione maniacale, dove ogni parola diventa per il lettore un piccolo indizio con il sapore di un nuovo colpo di scena. Ci aspettiamo molto da ogni pensiero e ogni parola, anche quando non conduce a nessuna verità, ci aspettiamo la svolta e la bellezza di comprendere, finalmente, come si libera il gomitolo, come si stringe il filo tra le mani. Ecco un romanzo che inizia con un dubbio, Chi ha avvelenato gli altri componenti della famiglia?, e man mano risveglia nella mente del lettore moltissime domande.

L’autrice plasma un nuovo stile, dove il perturbante e il piacere nel seminare indizi si mescolano alla quotidianità più casalinga: in fondo, di questo era fatta la sua vita, di una casa sempre pulita, di un fare e rifare maniacale dove si potessero osservare e incastrare le più artistiche manie della mente. È un orrore delicato e sussurrato il suo, e quello che resta è il disagio di percepire come “la casa e il mondo che conosciamo bene” possano diventare un luogo selvaggio dove diventare cattivi. Anche in questa storia ciò che più disturba, accade tra le mura di un castello immaginario, continuamente contrapposto al “fuori”, al mondo esterno.

Quando feci per entrare in cucina sentii immediatamente che la casa conteneva ancora rabbia, e mi domandai come potesse qualcuno mantenere così a lungo un’unica emozione

È un’autrice donna e femminile nel senso più puro del termine: al centro del suo “scrivere come cura alla ripetizione di giornate uguali”, troviamo la Donna e i suoi labirinti, tema semplice da costruire, inganno dopo inganno, per chi come lei vive la gabbia di un pensiero macchinoso.

Il romanzo

In questo romanzo la protagonista illude il lettore di essere buona, e illude gli altri con occhi di sfida: eppure tutti in paese vogliono che la famiglia Blackwood se ne vada. Le due sorelle creano un mondo a loro misura fatto di affetto, protezione e cura per la casa: insieme si prendono cura dello zio, folle e bugiardo a suo modo, e Mary Katherine coccola se stessa nelle fusa di un gatto fedele.

Il castello è il luogo da difendere, è a molti passi e anni di agitazione da un paese antipatico e sprezzante: le due donne sono precise, amorevoli e delicate, e il lettore segue lo stile di scrittura per perdersi in una rete d’inganni.

C’è un grande giardino e all’interno, varcata la porta, c’è una scalinata imponente e solida, fatta in Italia, tutti la ammirano e la vorrebbero toccare, tutti vorrebbero vedere le stanze e la cucina ordinata, i libri della biblioteca: così pensa la giovane protagonista.

È brava Shirley Jackson a costruire il perfetto castello della nostra mente e ancora più brava a plasmare un groviglio d’inganni per il lettore. Esiste uno schema compulsivo e ripetitivo che cerca in ogni gesto la sua ripetizione e il suo ordine, il veleno e il suo opposto, una filastrocca per tenere lontano il male. Nel castello non si sussurrano racconti del terrore, non si gioca la paura da toccare tra le righe, ma il lettore entra in punta di piedi per spiare la vita di donne e delle loro menti contorte e moderne. Il castello è l’abbraccio a un cuore in tempesta quando gli schemi del pensiero non bastano a macinare scalini e i cassetti sono pochi per nascondere le manie di giovani ragazze.

«La mia cucina» disse Constance. «La mia cucina.» Si fermò sulla soglia a contemplarla. Pensai che forse di notte avevamo sbagliato strada, e ci eravamo perse, ed eravamo tornate per il varco sbagliato nel tempo, o la porta sbagliata, o la favola sbagliata.

Ci chiediamo chi abbia ucciso la famiglia, ce lo chiediamo e un po’ lo sappiamo, facile come intuire cosa voglia da loro l’amorevole e dispotico cugino Charles: troppe domande spostano il pensiero. I colpi di scena sono sussurrati e grazie a una scrittura magistrale, la mente del lettore è costantemente attiva: la voce narrante è quella della piccola strega Mary Katherine che, davanti a una crepa del pensiero, diventa pericolo e fuoco della mente.

E il fuoco esiste davvero, eccome se esiste, e arriva per liberare finalmente ogni cosa: le fiamme puniscono ma sono la carezza al fastidio costante incastrato dentro che fa sentire in pericolo ovunque una mente piena di folletti arrabbiati.

L’ossessione della protagonista non è mai raccontata ma l’autrice è brava a metterla in scena e seminare così disagio tra le pagine: negli scherzi narrativi, lei traveste la sua follia con i colori della tenerezza e nella sua voglia di ordine un po’ la perdoniamo. La pazzia esplicita è recitata dallo zio, quasi demente e perso sulla sedia a rotelle, eppure intenzionato a rivivere la tragica notte con particolari e precisione, tanto che il lettore nelle sue parole perde se stesso e le poche certezze che man mano costruisce.

Arriva poi Charles che finalmente si traveste da esplicito intruso della vita: ecco che il fastidio della protagonista diventa anche il nostro e, forse, il suo amore per il veleno può diventare contagioso come squisito antidoto al disagio.

I personaggi in questo breve romanzo hanno la forma del sogno quando al risveglio ci si accorge di aver vissuto la notte in un incubo: esiste la luna, dove si vorrebbe andare per trovare sollievo e stare di nuovo in pace con l’aria della vita, ed esiste il chiosco, dove rivivere l’incubo, dove fuggire sì, ma per trovare solamente malessere e un racconto nel momento in cui si spezza per sempre.

Qui le voci sembrano ancora reali e vivide, eppure sussurrano una bugia diventata ormai sincera nel pensiero.