A tu per tu con Paolo Di Paolo

Vi abbiamo giá parlato del libro entrato in sestina di Paolo Di Paolo, Romanzo senza umani e, in occasione di questo evento speciale, abbiamo avuto l’opportunitá di fare qualche domanda in modo piú approfondito all’autore.

Iniziamo dal titolo: romanzo senza umani. Nel libro scrivi: “Ci siamo tutti: essere viventi detti umani, desti nella stessa lunghissima ora fatale – o sul punto di svegliarsi per quel filo di luce che entra dalle imposte e conferma che il tempo non è ancora finito”. Chi sono questi umani di cui tanto hai sentito la necessità di parlare?

Questa pagina citata viene da un momento di – posso chiamarla così? – improvvisa ispirazione, l’ho scritta in aereo a mano su un quadernetto. Ho sentito che volevo provare a raccontare tutto ciò che accade in un singolo istante nella comunità degli umani: i gesti, le necessità, le sofferenze, i movimenti…

In questo libro il tema dei ricordi e della memoria sono al centro del testo. Ogni essere umano ha tre tipi di memoria: quella sensoriale, quella a breve termine e quella a lungo termine. Mauro, il protagonista del libro, in questo suo viaggio verso il lago di Costanza, sembra quasi volerle recuperare tutte e tre. Qual è il tipo di memoria che lui sta cercando di ricostruire?

Io sono forse un po’ ossessionato dal tema della memoria e, quando venti anni fa ho iniziato a scrivere i primi racconti, questi già affrontavano la questione. Un critico mi disse anche che ero probabilmente troppo giovane per poterlo fare, ma non credo sia una questione anagrafica. Anche a venti, venticinque anni puoi avere un sentimento del tempo che passa molto forte altrimenti come si spiegherebbero gli artisti molto giovani segnati da questa irrequietezza o perfino angoscia? Non è quindi strano che, anche pensando di voler scrivere un libro diverso dagli altri, a partire dalla struttura e dallo stile proprio perché ogni libro dovrebbe essere un po’ una sfida per fare qualcosa di diverso e stimolante, alla fine sono riaffiorate le stesse tematiche.

Intanto, da un punto di vista sensoriale, esiste una dimensione di memoria del corpo che a me affascina tantissimo e che passa anche attraverso il legame che ho con scrittori quali Proust, Joyce e Woolf. Potrei dirti che scrivo proprio per recuperare una memoria del corpo: se mi concentro e cerco il calore sulla pelle di un pomeriggio di giugno dei miei dodici anni, è possibile che insistendo un po’ io lo ritrovi, attraverso un esercizio di memoria che definirei “volontaria”. E che apre un ponte, una dialettica fra immaginazione, memoria e desiderio.

Nelle pagine di Romanzo senza umani, affronto anche un altro aspetto della memoria. Quello che investe le relazioni e i legami: che cosa ricordano, gli altri, di noi? Chi siamo, che cos’è la nostra vita se la raccontiamo attraverso ciò che gli altri hanno trattenuto di noi? Il protagonista, Mauro Barbi, se lo chiede in continuazione e diventa una sorta di antieroe quasi tragicomico, e lasciando polverizzare l’eventuale narcisismo in una disperante e radicale messa in discussione di sé stesso.

La struttura del romanzo è, nel mondo italiano degli scrittori di oggi, finalmente un qualcosa di nuovo. I capitoli non finiscono, non hanno un punto, continuano nella pagina successiva alternandosi tra passato e presente, come se fosse tutto un racconto unico. Da dove è arrivata questa idea?

Qualche volta mi viene da chiedermi se un certo grado di sperimentazione sia oggi davvero accettata dai lettori. Però mi illudo o, forse, mi illudevo, non so, che possa far bene alla narrativa letteraria osare. Mi interessa il momento in cui il lettore si fa domande non solo sui contenuti, sulle azioni dei personaggi, ma anche sulle scelte strutturali, stilistiche. “Perché l’autore, l’autrice di questo libro raccontano in questo modo?”. Se il lettore resta perplesso davanti a una frase a fine pagina che si interrompe e riprende nella pagina successiva, non è detto che sia inutile. Anzi.

È chiaro che attraverso questa struttura di interruzione e ripresa io volevo simulare un orizzonte di pensiero e esistenza: da un lato ci sono i due livelli temporali macroscopici, il ’500 e l’oggi. La cosa più ovvia, più prevedibile che avrei potuto fare sarebbe stato scrivere in corsivo i passaggi sul ’500 e in tondo quelli sull’oggi…. Ho voluto, invece, riflettere nella struttura un modo diverso di pensare la temporalità: una continuità discontinua.

Facciamo un gioco! Verso la fine del libro nomini la signora Dalloway (nessuno spoiler, tranquilli!), vorrei farti alcune delle stesse domande che te fai a lei, o al lettore, e avere una conversazione botta e risposta, per quanto possibile.

Che cosa vedi dalla finestra della tua camera da letto?

Da quella dell’infanzia avevo uno spazio verde fuori, una specie di frutteto, con l’orizzonte tagliato dal cielo blu e dal prato verde. Anche quando studiavo, mi rilassava molto. La finestra della camera odierna sta su una strada a scorrimento veloce a Roma, ho i palazzi di fronte che da una parte confortano perché almeno ti rendi conto, riallacciandomi anche alla prima domanda, che hai davanti una comunità umana. Però uno spicchio di cielo comunque lo vedo.

Riesci a immaginarti tra dieci anni?

Ti rispondo un po’ con l’incertezza di proiettarmi in questi termini, ma comunque mi immagino abbastanza legato alla ripetizione dei gesti che compio adesso: scrivere e leggere. Li vedo come due cose inestirpabili da me, e lo dico un po’ anche come una condanna, ma mi sembra difficile tra dieci anni non essere qui a rispondere, per esempio, ad un’intervista su un libro che ho scritto. Chiamiamolo, se vogliamo, il mio destino.

Hai paura di qualcosa in particolare?

L’imprevisto, quella variabile impazzita che fa parte della vita e che scardina tutte le certezze.