A passo di danza sull’abisso: Disastri esistenziali e spese folli

Disastri esistenziali e altre spese folli, di Robert Perišić, edito da Bottega Errante, con le sue duecento pagine e la traduzione di Elvira Mujčić, non è una raccolta di racconti facile ma riesce a regalare una giostra di esistenze umane tale da fare pace con la forma del racconto. Il primo pregio di Perišić, secondo me, è proprio la capacità di catapultarti dentro la vita.

Di ordinarietà e altri demoni

Ma cosa raccontano questi spaccati, anzi, questi disastri esistenziali di cui parla il titolo?

A volte, magari anche inconsciamente, pensiamo ai Balcani degli ultimi trent’anni come un luogo mitico, non tanto per motivi effettivi e fondati, ma li immaginiamo lontanissimi nel tempo e nello spazio, come se non fossero solo al di là di un Adriatico che, dall’altra parte, diventa Jadransko More. Nei racconti di questa raccolta, c’è un paese in particolare, la Croazia, alle prese con un abisso su cui protagonisti e lettori si ritrovano a danzare pericolosamente, in un equilibrio precario: nonostante questo, tuttavia, ci scopriamo a leggere di esistenze ordinarie, di vita spicciola che, apparentemente, non si meriterebbero le pagine di un libro. Eppure, invece, la Storia, quella che scrivono i vincitori, è fatta delle vite dei vinti: di quei vinti che popolano le storie di Perišić e che camminano tra gli echi vicini e lontani della guerra, di una difficile ricostruzione, di un traballante presente e un incerto futuro.

La poesia dei vinti

Non ci sono eroi da manuale, in queste pagine: storie d’amore che faticano a decollare, gatti che diventano Zar sovrani di biblioteche, legami nascosti in cui ci si preoccupa se si venga visti o meno, problemi automobilistici di scarso interesse, non detti, rimorsi, rimpianti, anziani partigiani che forse faticano a ritrovarsi nel mondo e giovani disadattati che, forse incredibilmente, hanno lo stesso problema. Non ci sono vincitori, tra le pagine di questi racconti, eppure c’è una scanzonata e triste presa in giro di un presente bislacco da accantonare: accantonare sì, ma in virtù di quale disperato futuro? 

Le vite narrate in Disastri esistenziali e spese folli sono, in fondo, storie di fallimenti: che siano piccoli o grandi, poco importa. Dai fallimenti che affliggono i singoli, sempre sull’orlo di quell’abisso che corre tra il male e il peggio, emerge quello che è il fallimento di una generazione, raccontato, tuttavia, con l’affetto di chi ha imparato, almeno in parte, ad amare ciò che è, ossia un assai defettibile e imperfetto essere umano. Tra le virtù (poche) e le cadute (molte), le situazioni che racconta Perišić sono le stesse e medesime situazioni che descrivono la nostra vita.

Ridere dell’esistenza

C’è un detto, in yiddish, che con la Croazia c’entra poco ma ben si adatta a queste storie: Gott su dank, vi ver lakht, grazie a Dio, ridiamo. Abbiamo, in fondo, una dolorosa bellezza nella vita ordinaria, nella nostra tanto quanto nelle vite di cui parla Perišić: c’è la consapevolezza che sì, forse un giorno moriremo, ma quel giorno può non essere oggi.

C’è un desiderio di speranza che è quello che ci differenzia, probabilmente, dagli esseri umani, e c’è l’aver imparato la lezione dell’apprendere l’amore, nonostante le miserie che ci portiamo appresso, le piccole meschinità ineliminabili, la stanca pigrizia dell’essere vivi. Ci troviamo di fronte a ritmi accelerati e frenetici di un tempo che corre inesorabile senza guardarsi indietro da una parte, e a personaggi scollati e spaesati, interrotti. Passati abitati da fantasmi e futuri fatti di promesse irreali che sfuggono mano a mano che ci si avvicina. Ma, giacché si è vivi, bisogna vivere, e voler vivere, a dispetto di tutto. E forse è questo l’unico modo in cui possiamo scappare dalla morte, ma non dalla morte corporale, dalla morte dell’anima che rischiamo ogni giorno.

L’etica del Fortwursteln

C’è un concetto tipicamente mitteleuropeo, in Disastri esistenziali e spese folli, che a logica potrebbe sembrare inconcepibile, nell’ottica vincente da cui siamo sempre e quotidianamente sedotti: l’etica del Fortwursteln, del tirare a campare, dell’andare avanti in qualche modo, senza aspettarsi miracoli e, soprattutto, senza farsi sconti. Non è facile riconoscere un lato positivo a un’esternazione del genere, eppure è questo, forse più di qualsiasi altra cosa, a darci una possibilità di salvezza. Andare alla ricerca di istanti che muoiono, sì, ma senza abbandonarsi a una nostalgia che si fa rimpianto e che, quindi, si rivela vana, anche se il mondo attorno a noi sta crollando.

Un altro illustre mitteleuropeo, l’architetto sloveno Joze Plečnik, molti anni prima di questi racconti, esortava in questo modo gli studenti: “Voi vivrete come delle serve, sarete i servi di tutti, sarete pagati per i soldi che saprete far fare agli altri, nessuno più vi rispetterà come un tempo erano rispettati gli architetti. Però potrà capitare che una sera, al vostro tavolo da disegno, davanti alla cosa che avete creato, sentiate un fremito d’ali dietro di voi: sarà il momento della verità, il raggiungimento della bellezza“.

Anche se a distanza di anni, con tutte le differenze del caso, le parole di Plečnik ricalcano perfettamente quello che possiamo trovare nelle pagine di questo libro e, in fondo, anche nella nostra vita: in mezzo al fallimento, all’ordinario presente, allora, forse, potremmo dire di aver imparato a danzare sull’orlo dell’abisso più o meno profondo delle nostre miserie, perché avremo imparato, anche grazie a Perišić, che il mondo, in fondo, non è così male: potremmo persino trovarci della Bellezza.